L’AQUILA – Studioso e appassionato di cinema, Gabriele Lucci è tra i più grandi promotori del sistema artistico dell’Aquila, uno di quelli che ha contribuito a portare alla ribalta il capoluogo nel mondo grazie a quella che era una vera punta di diamante cittadina, l’Accademia dell’Immagine.
Oltre 35 anni di carriera, di sogni realizzati, prima con l’evento Città in Cinema, poi con l’istituto cinematografico la Lanterna Magica e infine con la scuola di cinema. Il tutto corredato da eventi spettacolari che hanno avuto un foltissimo seguito come la “Notte Noir” o “Cinema e psichiatria”, che vive ancora oggi.
Lucci è famoso anche nel campo dell’editoria: ha infatti pubblicato i “Dizionari del Cinema” per la Mondadori Electa e poi il volume “Morricone – Cinema e oltre”.
Un personaggio importante, che si è dato molto da fare per il capoluogo abruzzese, che però, in questo periodo, vede vanificarsi ogni suo sogno con la chiusura dell’Accademia che resterà in vita solo con l’assorbimento da parte della Scuola nazionale di cinema di Roma.
“Sembra che all’Aquila tutte le attività abbiano una pulsione distruttiva – afferma ad AbruzzoWeb, riprendendo una frase di Leo Longanesi – I politicanti sono bravissimi nelle inaugurazioni ma pessimi nella manutenzione”.
Lei ha studiato economia, ma già dalla sua tesi di laurea, intitolata “Regioni e Radiotelevisioni” si intravedeva l’amore per il cinema. Questa passione è nata con lei o l’ha maturata con il tempo?
Il cinema è stato da sempre la mia passione. Durante l’università ho studiato alla Scuola di arte drammatica, ho aperto il cineclub e ho seguito con il Teatro stabile dell’Aquila i corsi di Antonio Calenda. Nel momento in cui ho dovuto scegliere il mio corso di studi ho optato per la facoltà di Economia proprio perché mi incuriosiva il profilo giuridico economico delle attività culturali.
Nel 1976 ha aperto il primo cineclub abruzzese, “Primo Piano”, qual è il motivo di questa impavida scelta? Come hanno reagito gli aquilani?
Primo Piano è stata per me un’indimenticabile esperienza e una splendida palestra. Decisi di aprirla con degli amici stretti tra cui Massimo Turco, l’attuale direttore del Movieplex, e sborsammo tutto di tasca nostra. Era una sala con 70 posti e proiettavamo tre spettacoli al giorno, siamo stati i primi a mandare sul grande schermo il nuovo cinema tedesco. Veniva molta gente, ma abbiamo comunque dovuto chiudere perché non avevamo fondi e, né il Comune né la Regione avevano intenzione di donarceli. A tal riguardo si schierarono contro di noi anche tutti i proprietari dei cinema aquilani: l’Imperiale, il Massimo, il Rex e l’Olimpia. Al nostro fianco, invece, si schierarono Dacia Maraini e Marco Pannella. Ci fu anche un articolo del quotidiano che allora era appena “nato” La Repubblica, ma non servì a nulla.
Dopo “Primo Piano” diede vita a un festival intitolato “Città in Cinema”.
Fu una bellissima kermesse che riscosse un enorme successo sia di pubblico che di critica. Parlarono di noi Le Monde, il Los Angeles Times, il Guardian, L’Aquila in pochi giorni fece il giro d’Europa e del Mondo. Nel 1985 ci furono 20 mila presenze.
Parliamo ora dell’Accademia dell’Immagine, in questa impresa è stato sostenuto da Anna Maria Ximenes e da molte altre personalità del settore. Aveva idea che sarebbe diventato uno degli istituti più importanti d’Italia?
Sì, sapevo già che avrebbe avuto un gran successo perché l’Accademia è stata un’idea mia e dell’oscar per la fotografia Vittorio Storaro, e abbiamo partorito questa idea dopo numerosissime riflessioni. L’attività didattica è stata una logica conseguenza delle nostre elucubrazioni sul cinema. A decretare il successo, comunque, non furono solo i verbali entusiasti della commissione di vigilanza, ma la preparazione degli alunni e dei docenti. È a loro che va tutto il merito.
Quali sono stati i vostri errori e i vostri meriti del primo anno? Quelli che poi vi hanno permesso di migliorarvi nel tempo?
Un grandissimo errore è stato quello di aver aperto l’Accademia! Quando si aspira a creare una scuola di alto profilo, si spera sempre che la politica assecondi lo sviluppo progettuale. E io mi chiedo: perché se n’è riconosciuta la valenza ma non è stato fatto nulla per gestirla nel tempo? Vivevamo in una landa desolata, intorno a noi c’erano solo cani randagi. Una volta venne un ragazzo di Parma insieme alla sua famiglia, purtroppo arrivò di sabato, giorno in cui l’accademia era chiusa e sfortunatamente lui e la famiglia rimasero immersi nel nulla per due giorni. Complice anche la pioggia, moglie e marito decisero di non iscrivere più il figlio perché il posto era poco sicuro e troppo isolato. Tutto quello che abbiamo fatto è stato fatto di tasca nostra e con cifre irrisorie, se nessuno sostiene le iniziative, queste muoiono.
Lei ha fondato un’altra istituzione molto prolifica per L’Aquila, la Lanterna Magica. Cosa rappresenta per lei e per la città?
La Lanterna Magica è nata prima dell’Accademia, è stata il primo istituto permanente di cinematografia. Con quest’ente ho organizzato moltissime iniziative: nel 1988 c’è stato il primo convegno internazionale sull’alta definizione (Hd) che ebbe successo a livello mondiale, poi abbiamo organizzato il primo workshop sulla steadycam, una telecamera con un supporto mobile ma dotato di ammortizzatore e di fascia per attaccarla al corpo. A tenere il workshop c’era il premio Oscar Garret Brown, che la ideò. La Lanterna Magica ha, inoltre, un’importantissima cineteca con più di 500 pellicole. Un tesoro da custodire per il bene di tutti i cittadini e gli appassionati.
Con l’istituto La Lanterna Magica ha organizzato moltissimi eventi di rilevanza internazionale, come “Cinema e Psichiatria” e “Notte Noir”. Come li ha ideati?
A dire il vero non sono io l’artefice di Cinema e Psichiatria, bensì l’hanno pensato e organizzato i ragazzi che collaborano alla Lanterna. Invece Notte Noir ha una storia molto particolare. Era l’alba e stavo in un bosco per far passeggiare i miei cani. E pensai al noir, al fatto che ricopre tutti i tipi di arte: letteratura, cinema, pittura, fumetto, modo di vivere e stile di vita. Avrei potuto aggregare gli appassionati del genere e i curiosi. Così decisi di organizzare questo evento. E anche questo riscosse moltissimo successo.
Perché, nonostante il successo, durò solo due anni e non venne più riproposto?
Il motivo è che costava troppo. Con il tempo le nostre iniziative trovavano un terreno molto fertile per proliferare, ma purtroppo ci siamo sempre trovati di fronte a difficoltà finanziarie. La politica e le autorità avrebbero potuto investire sia nel turismo, sia nelle attività culturali, sia nel sistema impiegatizio, ma chi di dovere non ha saputo intercettare le potenzialità ed è come se si fosse autocensurato.
Sia l’Accademia dell’Immagine che la Lanterna Magica sono istituti che stanno lentamente morendo. Secondo lei per quale motivo?
Ritengo che L’Aquila abbia un gravissimo problema: il misoneismo (avversione alle novità, ndr). L’Aquila pare avere paura di tutto ciò che è nuovo e questa paura non le permette di dare vita a quanto trascenderebbe quelle poche cose cui sono abituati. Riguardo l’evento Città in Cinema, l’ex sindaco, Tullio De Rubeis, mi disse che stimava molto il mio operato ma non c’erano le condizioni politiche perché potesse proseguire. L’equilibrio tra Partito comunista e Democrazia cristiana, all’epoca, si era spezzato e i fondi stanziati dovevano essere attribuiti ad altre strutture. Questo era il 1981.
Adesso la situazione è molto simile. Per ciò che concerne l’Accademia e La Lanterna Magica, L’Aquila, dal punto di vista politico, non ha saputo custodire il bene comune; Carlo Rambaldi, per esempio, propose una scuola di effetti speciali; Jim Morrix, della Pixar, ci propose un distretto che avrebbe insegnato computer grafica, ma perché niente di tutto questo è mai stato preso in considerazione? Perché non si cerca, almeno, di conservare quello che già abbiamo? Io una risposta plausibile non ce l’ho.
Cosa significa per lei la chiusura dell’Accademia dell’Immagine?
Ho investito 35 anni della mia vita in queste attività, sono stati i migliori della mia vita e ora non ne rimane più niente. Ho sempre sperato che quello che ho creato fosse custodito come bene per la città e per i cittadini: è uscito tutto dalla mia mente e l’ho sempre condiviso con chi poteva trarne giovamento, e con orgoglio posso dire che non ho mai sbagliato un colpo. L’Accademia si è occupata di “tasca” propria della restaurazione del locale prima dell’apertura e della ristrutturazione del cinema Massimo, di media ci abbiamo messo il 40 per cento dei nostri fondi, a volte anche il 50, ma, dopo il periodo iniziale, non ce la si è fatta ad andare avanti. È come se i politici avessero negato la nostra presenza e solo noi abbiamo risposto alla richiesta dei cittadini di riaprire il Massimo. Io credo che le autorità mi abbiano mancato di rispetto, ma non solo a me, anche a chi ha lavorato con me. Si sta attuando un lento smantellamento del sistema arte e cultura e non si tutela neanche quello che già abbiamo. Se si continua così, le nostre conquiste non le riavremo più.
Il sindaco del capoluogo, Massimo Cialente, fino a qualche anno fa era anche presidente dell’Accademia. Perché pensa che abbia permesso che succedesse tutto questo?
Premetto che questa è una mia semplice supposizione, comunque credo che Cialente deve essere orgoglioso per aver condiviso questo progetto, visti soprattutto i risultati. Secondo me ha avuto un eccesso di zelo, ossia, essendo sindaco, temeva che sarebbe parso fazioso se avesse dato fondi a una istituzione presieduta da lui. Se davvero è stato per questo ha commesso un errore. Ma il motivo più profondo non lo so. E non so neanche se sia questa la reale ragione.
L’Accademia dell’Immagine chiuderà, e questo è un dato di fatto. Verrà riassorbita dalla Scuola nazionale di Cinema di Roma che aprirà una sede distaccata qui all’Aquila. Cosa spera per il futuro?
Poco dopo il terremoto sono andato a Roma e insieme ad alcuni amici, tra cui Paola Cortellesi e Massimo Ghini, abbiamo istituito il comitato “Adottiamo l’Accademia” per portare tutta l’Italia a conoscenza della tragedia nella tragedia che ci stava colpendo. Questo comitato, che è tuttora in vita, ha messo in risalto L’Aquila e l’Accademia in numerosissime manifestazioni, una delle quali il premio Agi Scarpelli di Pescasseroli. Penso che sia insito nell’uomo voler lasciare una propria impronta nel mondo e mi auguro che quello che ho creato non muoia. Mi va bene anche che l’Accademia dell’Immagine viva insieme alla Scuola Nazionale del Cinema purché L’Aquila e i suoi cittadini non siano depauperati di un loro bene.



