L’AQUILA – Lo scrittore aquilano Enrico Macioci continua a inviare al nostro giornale personalissime recensioni di libri firmati da suoi illustri colleghi.
Questa volta tocca al geniaccio statunitense John Cheever, scomparso nel 1982, il ‘ÄŒechov di periferia, essere giudicato da chi oggi, a distanza di tanti anni dalla sua morte, può apprezzarne le grandi qualità.
“I Racconti di John Cheever” (Feltrinelli 2012, 828 pagine)
Prestando attenzione, si può sperimentare ne I Racconti di John Cheever (Feltrinelli 2012, 828 pagine) una piccola forma d’eternità.
È l’eternità nascosta nel quotidiano, nelle parole, nei gesti, nelle abitudini in apparenza più insignificanti che tessono, giorno dopo giorno, la nostra esistenza. Leggiamo di queste coppie annoiate, di queste donne deluse e di questi uomini un poco stupidi, un poco vuoti, sempre in cerca d’una qualche improbabile evasione, leggiamo di questi adulteri squallidi perché banali, leggiamo di questi prati ben rasati e di questi signori che la domenica ripuliscono il giardino dalle foglie secche e organizzano pranzi o aperitivi in cui non faranno che annoiarsi e fingere di divertirsi, leggiamo di queste passioni ingannevoli che si spengono prim’ancora d’iniziare ed ecco, all’improvviso s’accende la luce dell’eternità, piccola e concisa ma terribilmente efficace, senza scampo.
“Quel legame fra le radici bagnate dell’erba e i capelli e i peli che mi crescevano sul corpo, il brivido della mortalità che avevo conosciuto le sere d’estate, l’amore per i miei figli e la vista della scollatura del vestito di Christina. A quel punto ero arrivato davanti alla casa dei Pewter, alzai lo sguardo verso l’edificio buio, mi girai e me ne andai. Tornai a letto e feci bei sogni. Sognai che andavo in barca a vela nel Mediterraneo. Vedevo dei gradini di marmo consumati che scendevano fino in acqua, e l’acqua stessa, blu, salina e sporca.”
È straordinaria la bravura di Cheever nel trascinarci, prendendo spunto dalla norma, dentro il mondo sognante del mito, un mondo in realtà sempre prossimo, appena al di là della portata del nostro sguardo ordinario, appena oltre l’opaca infelicità che ci ammanta e ci appesantisce.
Le accelerazioni, che definirei metafisiche o trascendenti, di Cheever sono improvvise e dunque tanto più dolorose; egli vedeva in ogni aspetto del nostro comportamento, in ogni scheggia delle nostre ore e dei nostri minuti qualcosa di più grande e importante, una specie di eco profonda, irrazionale e divina.
“Allora proseguì con passo fermo verso un’altra carrozza, rosso in viso per l’imbarazzo, ma ancor più per l’abbaglio che aveva preso, perché se non sapeva distinguere una persona dall’altra, quale prova esisteva che la sua vita con Julia e i bambini non fosse altrettanto irreale dei suoi sogni immorali di Parigi, o della spazzatura, dell’odore dell’erba o degli alberi cavi di Lover’s Lane?”.
Una tale capacità, pressoché esclusiva, di mostrare squarci ed epifanie basterebbe ad assegnare a Cheever un posto nella storia della letteratura, ma non è sufficiente. Occorre aggiungere l’abilità nel disegno di personaggi e luoghi, attraverso poche sapienti pennellate, la sensibilità inquieta e a tratti morbosa, l’introspezione, la malinconia, e la nostalgia simile a una brezza autunnale non ancora fredda ma già non più calda, a un rimorso irrimediabile.
Dei sessantuno brani della raccolta almeno trenta, uno su due, mi sembrano capolavori.
È importante leggerli tutti per entrare nell’immaginario di Cheever e coglierne la continuità (i racconti sono in ordine cronologico, così come lui li volle nel 1978, anno in cui uscirono, e nel 1979 vinsero il National Book Award), ma se fossi costretto a scegliere i più belli nominerei: Addio, fratello mio, Stagione di divorzio, Il marito di campagna, Marito in città, Il nuotatore, Una visione del mondo, Il pullman per il St. James.
Questa mezza dozzina tocca livelli estetici forse mai raggiunti neppure da altri grandi maestri americani della forma breve come Ernest Hemingway, Flannery O’Connor, Raymond Carver o Richard Yates. Lo ripeto: bisogna essere grati all’arte di John Cheever, che ci aiuta a scorgere ciò che abbiamo sotto gli occhi ma quasi mai vediamo.
“Rabbrividì d’amore per lei e gli venne la pelle d’oca, come quando, ritornando in auto da solo a casa la sera tardi, una folata di foglie passava davanti ai fari della sua auto, liberandolo almeno per un secondo dai simboli materiali della sua esistenza, le camicie sportive, i tagliandi e i rendiconti della banca, i moduli di ordinazione, i bicchieri vuoti. Sembrò restare in ascolto, Dio sa di che cosa.”



