ROMA – L’Aula del Senato ha approvato la riforma della legge elettorale con 113 voti a favore, 71 contrari e 2 astenuti.

Il testo, arrivato dalla Camera, è stato modificato da Palazzo Madama e torna, dunque, in terza lettura a Montecitorio. Punti salienti sono della riforma la reintroduzione delle preferenze, seppure con un capolista blindato, l’indicazione del nome del premier della coalizione nella scheda, il premio di maggioranza al 42%.

Contattato da Abruzzoweb parla di svolta e avanzamento della democrazia il senatore aquilano di Fdi  Guido Liris, capogruppo commissione Bilancio di Palazzo Madama

Abbiamo dimostrato innanzitutto una grande compattezza come centrodestra a trazione Fratelli d’Italia e il risultato è che dal 1993 non c’erano le preferenze e noi le abbiamo reintrodotte, pur con un compromesso con Lega e Forza Italia che chiedevano il capolista blindato. Ma oggi i fatti sono che il cittadino avrà la possibilità di scegliere il nome della persona che sarà deputata a rappresentare le istanze di un territorio in Parlamento”.

Punto forte della riforma per Liris, è quello di garantire “la stabilità ad un governo scelto dal popolo, senza più manovre di palazzo, grazie al premio di maggioranza, è questo sarà importante per il paese e per i cittadini. La stabilità è quello che chiedono i mercati e i partner internazionali”.

Non solo, “noi di Fdi abbiamo fortemente voluto l’indicazione del premier da parte della coalizione che si presenterà alle urne e che vorrà arrivare oltre il 42%, Una garanzia contro mercanteggiamenti, decisioni prese nel buio di una stanza”.

Per l’approvazione finale, blindata dalla fiducia, le opposizioni chiederanno il voto segreto. Nella speranza di replicare l’inciampo di luglio, quando i “franchi tiratori” hanno affossato l’emendamento sulle preferenze del centrodestra.

Liris non vede pericoli di imboscate alla Camera:, “non ci saranno più incidenti di percorso come quello di luglio, noi abbiamo fatto il nostro al senato ma credo che i colleghi alla camera faranno altrettanto”.

Il Melonellum è una legge elettorale proporzionale con un cospicuo premio di maggioranza. Di base, i partiti ottengono un numero di seggi corrispondente alla percentuale di voti che hanno guadagnato alle urne. Con una variabile decisiva: la coalizione che raggiunge il 42% dei consensi in entrambe le Camere ottiene un bonus extra di 70 deputati e 35 senatori.

Per chi incassa il premio, è comunque previsto un tetto massimo di 220 seggi alla Camera (il 55% su 400) e di 113 al Senato (il 56,5% di 200). Al netto delle circoscrizioni Estero.

Se nessuna coalizione tocca il 42% in entrambe le Camere, la suddivisione dei seggi è esclusivamente proporzionale.

Quando depositano simboli e programmi al Viminale, le forze politiche hanno l’obbligo di indicare il candidato o la candidata presidente del Consiglio che intendono proporre al capo dello Stato. Le liste che si presentano in coalizione devono esprimere lo stesso nome.

Per quanto riguarda le preferenze, l’elettore si troverà sulla scheda un capolista bloccato e sotto una lista di sei nomi prestampati stabiliti dai partiti. Tra quei sei, ne può indicare tre con una crocetta. La possibilità di scelta del cittadino è quindi limitata. Tanto più se si considera che salvo i grandi partiti – Pd e FdI – gli altri eleggeranno soprattutto i capilista. Blindati. La modifica è stata approvata al Senato. Le opposizioni, per mettere in difficoltà il centrodestra, a Palazzo Madama hanno proposto un sistema alternativo di preferenze libere senza capilista. Ma è stato bocciato.

Nella scelta dei capilista bloccati i partiti non sono obbligati a rispettare l’equilibrio di genere. L’alternanza uomo/donna interviene dal secondo candidato in lista. La differenza è evidente: il primo è un seggio certo o probabile, gli altri sono sottoposti all’incerta sfida delle preferenze. Le quote 60/40 verranno invece considerate nel listone del premio che scatta solo per chi vince.

Chi è nel listone, deve anche candidarsi come capolista in un collegio. Ma anche questo incide poco. In via teorica, una coalizione potrebbe anche candidare nei posti sicuri solo 28 donne alla Camera e 14 al Senato.

Per entrare in Parlamento, una forza politica deve ottenere almeno il 3%. C’è un’eccezione importante. La regola del “miglior perdente”: in ogni coalizione che supera il 10%, viene ammessa al riparto dei seggi anche la lista più votata tra quelle della coalizione rimaste sotto il 3%. Un

Saltata qualsiasi soglia anti-frammentazione, per disincentivare l’affollamento le liste-civetta il centrodestra ha quadruplicato il numero di firme da raccogliere per le formazioni che non siano già presenti in Parlamento: si passa da 1500 a 6mila sottoscrizione da raccogliere in ognuno dei 49 collegi. Per un totale monstre di circa 300mila firme. È una delle ultime misure approvate dal Senato, a partire da un emendamento di FdI riformulato dal governo. L’ipotesi iniziale, poi rivista dalla maggioranza, prevedeva una cifra addirittura più alta, 9mila per collegio. Le opposizioni sono sul piede di guerra. In particolare il M5S che ha a cuore il futuro di Progetto Civico per l’Italia, la creatura dell’assessore capitolino Alessandro Onorato, oggi non presente in Parlamento ma con l’ambizione di entrare a far parte del campo progressista.

Il Melonellum ridisegna la circoscrizione Estero. Oggi il voto degli italiani fuori dall’Italia è suddiviso, sia alla Camera sia al Senato, in quattro ripartizioni geografiche: Europa, America meridionale, America settentrionale e centrale, Africa-Asia-Oceania-Antartide.

Le quattro aree attuali vengono ridotte: alla Camera diventano due, Europa e Americhe-Asia-Oceania-Antartide. Al Senato ce ne sarà addirittura una sola, Estero. Un solo eletto per rappresentare tutto il mondo.