L’AQUILA – C’è un grande e generalizzato entusiasmo per l’incremento delle presenze turistiche registrate nelle spiagge, colline e montagne abruzzesi, nella stagione che volge alla conclusione. Resta però in ombra l’altra faccia della medaglia, o meglio della “pecunia: il fenomeno del lavoro irregolare, “nero” e “grigio”, in strutture ricettive, ristoranti, locali e stabilimenti, che anche in Abruzzo è fenomeno non marginale, in un settore che conta 17 mila imprese e 55 mila addetti.
A confermarlo ad Abruzzoweb, Lucio Cipollini, segretario regionale della Filcams Cgil, che questa estate ha messo in campo, in particolare sulla costa adriatica, la campagna “#BackStage, il lavoro che non vedi vale”, nel corso della quale sono stati contattati e informati circa 500 lavoratori stagionali che, si è scoperto, in buona parte non conoscevano i loro diritti. Altri invece hanno colto l’occasione per denunciare casi di sfruttamento e di non rispetto delle piu’ elementari regole.
La Filmcams sta poi in queste settimane avendo incontri con Confcommercio e Confesercenti, in vista dell’introduzione, anche in Abruzzo, di una sorta di marchio di qualità, per quelle attività oneste, che sono la maggioranza, che rispettano i diritti dei loro lavoratori.
“Metà delle persone contattate nella campagna #BackStage, camerieri, baristi, bagnini, addetti delle cucine, personale di alberghi e campeggi e così via – spiega Cipollini -, ora che è terminata la stagione turistica, sono tornati qui da noi, questa volta con l’intenzione di fare vertenza, o per avere le informazioni ancora più puntuali per far valere, alla prossima occasione, i propri diritti”.
L’irregolarità più diffusa, e più ‘intercettabile’, è quella dei contratti part-time, pagati come tali, ma che di fatto sono full time, ben oltre le 40 ore massime previste, nei periodi di picco estivo, e senza nemmeno il giorno di riposo.
Altro “espediente” è l’utilizzo del “contratto a chiamata”, quando però il lavoro non è affatto saltuario e intermittente, ma continuativo.
C’è poi il lavoro completamente in nero, più difficile da far emenrgere, perchè è una codizioen che spesso il lavoratore è costretto ad accettare suo malgrado.
La Guardia di Finanza, giova ricordare a tal proposito, ha scoperto a Pescara, a seguito di operazioni condotte negli ultimi giorni, ben 67 lavoratori irregolari e 53 lavoratori risultati impiegati totalmente in nero. Di essi 50 comunitari, tra italiani, rumeni, lituani, e tre extracomunitari, mentre ulteriori 14 lavoratori sono risultati irregolari. In una sola pizzeria del pescarese, i lavoratori in nero erano ben sette.
“Spesso chi lavora in questo settore – spiega Cipollini – è molto giovane, e molti sono gli stranieri, impiegati tra l’altro nelle mansioni meno qualificate e più umili, e non hanno contezza dei loro diritti, delle normative vigenti. C’è qualcuno che addirittura ignorava l’esistenza o il funzionamento della Naspi, l’ammortizzatore economico che ha una durata pari alla metà del periodo lavorato, ed è parametrato allo stipendio percepito, ma solo in base alle ore dichiarate nel contratto, e pagate in modo regolare. Ecco perché i part-time che diventano full-time, sono doppiamente penalizzati per i lavoratori”.
Sul fronte della prevenzione, è emersa poi la proposta di estendere anche in Abruzzo una sorta di marchio di qualità per le attività che rispettano e possono documentare i diritti dei lavoratori, da promuovere, nelle forme da stabilire.
“Ci stiamo come sindacato – prosegue Cipollini – incontrando con le associazioni datoriali, come Confcommercio e Confesercenti, per stabilire tempi e modi per l’introduzione di un marchio di qualità per le attività che rispettano diritti dei lavoratori. In altre in altre regioni, come la Toscana già esiste, e sta funzionando, c’è attenzione da parte dei clienti, al pari della sensibilità per i marchi di qualità ambientale”.
E conclude: “La nostra è una battaglia di civiltà comune a quella di tutti gli imprenditori del turismo onesti, che subiscono l’insopportabile concorrenza sleale di chi non rispetta le regole, e può dunque risparmiando sulla pelle dei lavoratori, praticare prezzi più competitivi”. (f.t)





