LONDRA – Dopo Buckingham Palace, il maxi store di articoli sportivi.

Il Regno Unito fa i conti con le migliaia di lavoratori precari impiegati con contratti di massima flessibilità. Forse troppa, almeno per una ex dipendente di Sports Direct, che, rivela il quotidiano Guardian, ha deciso di fare causa all’ex datore di lavoro: gli attacchi di panico di cui soffriva sarebbero da attribuire alla condizione di costante insicurezza economica a cui era costretta.

Zahera Gabriel-Abramo, 30 anni, non lavora più per Sport Direct ma la sua storia è quella di migliaia di giovani con contratto ‘zero ore’ in Gran Bretagna e potrebbe costituire un precedente importante in caso le venisse riconosciuto un risarcimento per il danno subito.

Il contratto è molto diffuso, negli ultimi anni, nel Regno Unito: il lavoratore e di datore di lavoro concordano di volta in volta un numero minimo di ore a settimana, 0, 20, 40 o 60. L’azienda non ha alcun obbligo di riconoscere e pagare i giorni di malattia, le ferie e altri benefit, può chiamare il lavoratore quando ha necessità.

Quest’ultimo non ha obblighi verso l’azienda: può rifiutare, ad esempio, 40 ore settimanali e lavorarne 20 perché quel mese deve dare un esame all’università o ha un’emergenza familiare.

Il risultato è l’impossibilità di poter contare su uno stipendio più o meno stabile, la diffidenza di agenzie immobiliari e proprietari nel concedere un appartamento in affitto, la quasi impossibilità di un prestito in banca. Nelle scorse settimane aveva fatto scalpore la notizia di 350 dipendenti di Buckingham Palace contrattualizzati ‘a zero ore’ ma in Gran Bretagna lavorano in queste condizioni almeno 200 mila persone.

Non bastasse, la paga è generalmente bassa.

Il Guardian ha rivelato che Sports Direct impiega con contratto a zero ore 20 mila dei suoi 23 mila dipendenti. La vita di queste persone in molti casi è a dir poco problematica: “Se ti capita un momento di appannamento, o il tuo superiore pensa che questa settimana tu non abbia lavorato al meglio, ti vengono tagliate le ore. Alla fine ti senti un po’ come una vittima di bullismo”, è la testimonianza di Zahera Gabriel-Abramo.

“Ti chiamano nel bel mezzo della giornata e ti chiedono: ‘Puoi venire a lavorare oggi?’ Ti senti in obbligo di rispondere di sì, perché se dici ‘no’ sei visto come inaffidabile e la prossima settimana magari non ottieni uno spostamento, … mi sentivo enormemente manipolata e vittima di bullismo”.

Per l’azienda il beneficio di questa tipologia contrattuale è tutt’altro che trascurabile: massima flessibilità, possibilità di rispondere con tempestività ai picchi di richiesta del mercato, contenimento dei costi del personale, organici di lavoratori a tempo indeterminato ridotti all’osso.

Sports Direct, ad esempio, ha archiviato risultati positivi negli ultimi mesi, tanto da distribuire un bonus in azioni ai 2mila dipendenti a tempo indeterminato. Ma molti dei colleghi a ‘zero ore’, sostiene il Guardian, in realtà lavorano come loro 40 ore settimanali, se non di più, per buona parte dell’anno. Altre migliaia di lavoratori ‘a zero ore’ sono impiegati nei musei Tate e nei cinema di Cineworld.

fonte rainews24.rai.it