L’AQUILA – Reduce da un doppio successo, il premio nazionale Rotary Agape per la cultura e il premio “Racconti Abruzzo- Molise 2018”,  di cui è stata appena insignita con “All’ombra della Jenca”, Monica Pelliccione, 45 anni, giornalista e scrittrice aquilana, ha collezionato una serie di successi letterari che l’hanno portata, a settembre scorso, sul palco dello Spoleto art festival, ospite delle sezione letteratura. 

Dalla saggistica sulla storia industriale aquilana, alla figura di Celestino V, che ha elargito agli aquilani il grande dono dell’Indulgenza Plenaria, alle più recenti viste di Papa Wojtyla sul Gran Sasso, Pelliccione è impegnata in una nuova opera, tutta incentrata sulle donne e sul dilagante fenomeno del mobbing. 

“Scelta che trae origine da una matrice personale”, dice, “il mobbing è difficilmente dimostrabile in sede di giudizio: questo sottopone la vittima ad un ulteriore, penalizzante, esame delle violenze subite. È a queste donne che voglio dare voce”. 

Una passione innata per la scrittura, ha iniziato giovanissima a muovere i primi passi nel campo del giornalismo. 

Da 23 anni è una firma storica del quotidiano Il Centro, ma la sua attività spazia dalla comunicazione istituzionale alle collaborazioni con testate giornalistiche locali e nazionali. Un ricco curriculum che ha virato, in modo del tutto naturale, dalla cronaca alla sfera letteraria, senza mai perdere di vista la terra d’origine, L’Aquila, al centro di tutte le sue produzioni. 

Nel 2005 ha pubblicato il primo libro “L’Aquila e il polo elettronico. Retroscena di una crisi”, nel 2009 è uscito “Nel Nome di Celestino. Una nuova luce per L’Aquila” e nel 2013 “San Pietro della Jenca”.

Sarà presto in tutte le librerie italiane con il racconto “All’Ombra della Jenca”, edito da Historica edizioni nell’antologia “Racconti Abruzzo- Molise 2018”. Il secondo premio in tre mesi. Che effetto le fa questo ennesimo riconoscimento?

“È con orgoglio e grande soddisfazione che porto il nome della mia città sul palcoscenico nazionale letterario. Ho partecipato ad un concorso di letteratura contemporanea indetto dalla casa editrice Historica edizioni, con sede a Cesena, con un’opera prima breve. Finora mi ero sempre cimentata nella composizione di volumi di letteratura e saggistica. Qualche giorno fa è arrivata la menzione per il mio racconto “All’ombra della Jenca”.

Un titolo particolare. Ci svela qualche retroscena del racconto?

“La trama è semplice e al contempo avvincente. La storia si snoda alle falde del Gran Sasso, sulle orme degli antichi pastori, custodi di armenti e greggi e di una cultura intrisa di tradizioni e semplicità. E’ nelle piccola chiesetta di San Pietro della Jenca, eretta nel 2011 a Santuario di Papa Giovanni Paolo II, nell’omonimo borgo pastorale, che avviene l’incontro fortuito tra il pastore Giovanni, di Assergi, e il Santo Padre. Tra i paesaggi tibetani di Campo Imperatore e il mistico silenzio che avvolge le montagne abruzzesi, si consuma il passaggio di un’esistenza di stenti e privazioni in rinnovata esaltazione di un mestiere antico e autentico. La tradizione pastorale è stata per secoli parte integrante del tessuto sociale e culturale dell’Abruzzo interno segnandone anche le alterne fortune”.

Un premio che cade in un momento particolare: la candidatura, per il 2019, della transumanza a patrimonio immateriale Unesco.

“La scelta di presentare un racconto che tracciasse la storia della pastorizia abruzzese, legata in particolare a Campo Imperatore, non è del tutto casuale. L’antichissima pratica di allevamento delle greggi, preservata dalle comunità dei territori rurali, è sotto la lente di ingrandimento della Commissione Unesco di Parigi, che dovrà esprimere la valutazione definitiva. Una ricchezza fondata su cultura, tradizioni, sapori, conoscenze, che prendeva forma, e tuttora viene preservata seppure con connotazioni differenti, nella pratica di migrazioni stagionali lungo i tratturi che dall’Abruzzo conducono alla Puglia. L’iconografia classica della transumanza rimanda proprio alla nostra terra, regione di tratturi e delle immagini immortalate da Gabriele D’Annunzio”.

Neppure il tempo di ricevere l’ultimo premio letterario, che già sta lavorando ad un nuovo progetto. Di che si tratta?

“Finora ho sempre affrontato tematiche strettamente connesse alle mie origini, spaziando dalla storia del polo elettronico, che ha cadenzato nel tempo l’ascesa economica e industriale dell’Aquila e il successivo tracollo, alla Perdonanza, tratteggiando la figura di Celestino V, con la basilica di Santa Maria di Collemaggio e la Porta Santa, la seconda al mondo dopo quella di San Pietro, a Roma. La mia terza opera è tutta imperniata sulle visite segrete di Giovanni Paolo II sul Gran Sasso, nella chiesa di San Pietro della Jenca, lo stesso scenario dove è ambientata la narrazione breve che ha vinto il premio di letteratura “Racconti Abruzzo- Molise 2018”. Ma ho avvertito l’esigenza di cambiare registro, passando ad un tema di stretta attualità, ancora poco affrontato nella letteratura moderna, quello del mobbing sulle donne, consumato in particolare sul posto di lavoro”.

Da dove trae origine questa scelta?

“Da una matrice personale che ha segnato in modo indelebile gli ultimi anni della mia vita. Ne è nata una storia intensa, vorace, in cui i protagonisti sono di fantasia, così come l’essenza del racconto, intriso di contraddizioni, violenza, soprusi, tanto più gravi e difficili da metabolizzare in quanto consumati tra le mura di un ufficio. Accade troppo spesso nella società moderna, in particolare a danno delle donne, costrette a subire il potere finanche ricattatorio del proprio datore di lavoro, tipico della gerarchia maschilista che induce a travalicare ogni limite consentito e accettabile”.

Perché mobbing solo sulle donne?

“Il titolo del mio nuovo racconto “Zittita!”, la dice lunga sulla condizione di inferiorità sociale che, nonostante le battaglie di rivendicazione di diritti e posizioni nella scala gerarchica, caratterizza ancora, nella maggior parte dei casi, il mondo del lavoro e i rapporti interpersonali tra uomo e donna. E’ un titolo fuori dalle righe, incisivo, crudo, che sintetizza alla perfezione il dramma personale e la violenza psicologica, che non possono e non devono essere derubricati rispetto all’approccio meramente fisico, delle lavoratrici insediate dal proprio capo”.

Lei parlava di fenomeno ancora nascosto.

“Non esiste, al momento, in Italia, una legislazione specifica sul reato di mobbing. Sono in vigore un corollario di norme e leggi, dall’articolo 7 della legge 300/70 dello statuto dei lavoratori, che sancisce una procedura disciplinare contro gli abusi del datore di lavoro, all’articolo 13 che tutela il lavoratore dai comportamenti dequalificanti al decreto legislativo 626/94, che ha stabilito come il diritto alla salute coincida non solo con l’assenza di malattia, ma con l’assenza del disagio. Ma il reato di mobbing è ancora difficilmente dimostrabile in sede di giudizio e questo sottopone la vittima ad un ulteriore, penalizzante, esame dei comportamenti e delle violenze subite. E’ a queste donne che voglio dare voce”.