L’AQUILA – Fa specie vedere le due Fontane di piazza Duomo ridotte in quelle condizioni. Acqua salmastra, crepe da cui sgorga un orrendo liquame, cartacce e spazzatura a corredo.

Si capisce, dirà qualcuno, siamo sotto le nuvole scure del post-sisma, il disordine ci può stare. Non può essere un problema fondamentale.

Legittimo, forse, ma disordine non significa necessariamente lordura, sporcizia a ogni costo.

Perché se si attraversa a piedi L’Aquila, ci si accorge di quanta sozzura imputridisca nei pochi prati rimasti liberi, sui marciapiedi, per strade e stradine che tanto fanno commuovere o arrabbiare gli italiani, alcuni dei quali si definiscono addirittura ‘ammorbati’ dalle grida di aiuto di chi ha subìto la catastrofe del 2009.

L’Aquila, al di là del sisma, era una città poco pulita ed è sicuramente peggiorata in questo senso.

Il sisma non impedisce certo di pulire quello che va pulito, con o senza macerie non fa differenza.

L’Aquila, per capirci, era ed è rimasta una città sporca, a prescindere dal 6 aprile di due anni fa.

Sporca, come sporche sono tante, troppe città italiane. Per questo, impedire che un luogo diventi ancora più malsano dovrebbe essere logico, scontato. Non è il caso di accampare scuse.

Gli anni che arriveranno sono difficilissimi, complicati.

C’è una ricostruzione gigantesca da portare avanti e, con queste premesse, se non si riesce neppure a spazzare una strada, quando e se inizieranno a lavorare a pieno regime i grossi cantieri, il rischio di caos urbanistico rovinerà la già fragile tenuta psico-fisica di chi vorrebbe, anche lentamente, tornare alla normalità.

In sintesi. Avere sul groppone le macerie è un conto, pur con tutti i risvolti da malattia che ne conseguono, ma permettere che una città già segnata da un disastro che l’ha ridotta a un cumulo di detriti venga travolta anche dal degrado è vergognoso. (r.s.)