L’AQUILA – “I processi di ricostruzione post 6 aprile 2009 sono in grave ritardo”.

È quanto emerso questa mattina nel corso del convegno “Sisma Abruzzo 2009: dall’emergenza alla ricostruzione – III anno. Esperienze a confronto, procedure e prospettive, tecniche di intervento”, promosso dalla sede aquilana dell’ Istituto per le Tecnologie della Costruzione – Consiglio Nazionale delle Ricerche. L’incontro si è svolto oggi all’Aquila nell’ambito della seconda edizione del Salone della ricostruzione.

Diverse la cause dell’impasse, che come spiega Giandomenico Cifani, responsabile della sezione aquilana dell’Itc-Cnr, che si occupa di terremoti e rilevazioni dal 1984, “si spera possa sbloccarsi con la fine della fase elettorale che ha interessato la nostra città”.

La lentezza nei processi è legata anche ad alcuni errori commessi nella fase emergenziale: “le schede AeDES sono state sempre utilizzate fin dal sisma Umbria Marche ma con le proprie effettive finalità: valutazione dell’agibilità (ma solo per valutare la possibilità di rientro nelle abitazioni) e  del danno cui sono state legati stime dei costi e contributi, non come nel terremoto dell’aquila in cui all’esito della scheda è stato legato il contributo .Così possono esserci edifici classificati E con danni non ingenti mentre immobili catalogati B o C con danni che vanno ben oltre il contributo per la riparazione” spiega l’ingegner Cifani.

A complicare le cose, inoltre, la mancanza “di una stima esatta dei danni. Per il Comune dell’Aquila, con il quale abbiamo lavorato, quella effettuata (circa 4 miliardi di euro per gli edifici privati) appare verosimile, mentre in molti casi non ci sono dati attendibili. Penso ai beni culturali, per i quali all’epoca furono utilizzate delle schede che sono state successivamente superate da altre, più precise. Per questo andrebbe fatta una nuova ricognizione”.

Giudizio critico anche sui piani di ricostruzione: “Se escludiamo alcuni territori nei quali è comprensibile l’utilizzo di questo strumento – aggiunte Cifani – come L’Aquila, Onna, Tempera, Villa Sant’Angelo e altri centri gravemente colpiti dal terremoto, in molti altri casi, dove non ci sono stati danni ingenti, il piano di ricostruzione poteva essere evitato. Si è scelto, invece, di renderlo obbligatorio per tutti i 57 comuni del cratere, con inevitabili ritardi. La stima, per la ricostruzione in aree lievemente o marginalmente colpite dal sisma, è di 6-8 anni”.

Stima dei costi reali e priorità “devono essere i punti fermi da cui partire. Che senso ha far presentare tutte le pratiche per le abitazioni E se poi non si ha un’idea di strategia per il futuro. Il progetto che oggi si presenta, magari tra quattro anni, quando ci saranno i finanziamenti, sarà già superato. In altri casi, in altre regioni colpite da eventi catastrofici, si è proceduto per step, ma con interventi che davano l’idea della realtà che si andava a ricostruire”. (g.a.)