L’AQUILA – La pianificazione urbanistica del Comune dell’Aquila è nelle mani dei commissari ad acta: tecnici nominati dal giudice amministrativo e pagati dai cittadini, che si occupano di decine di singoli casi urbanistici e quindi non di una strategia complessiva, che spetterebbe all’amministrazione, scavalcata.
Una volta nominati, i commissari hanno un potere notevole, quello di normare nuovamente un’area con un vincolo fissato anni prima dal piano regolatore e decaduto per la scadenza dei termini: vanno insomma a incidere in maniera profonda sugli scenari futuri di progettazione generale dell’Aquila.
E l’uso della diffida, per far “smucchiare” il Comune, e del successivo ricorso al Tar, per la nomina del commissario, sono pratiche sempre più diffuse tra i proprietari di “aree bianche” nel territorio aquilano.
A oggi, secondo una stima di Francesco D’Ascanio, uno dei commissari ad acta, ci sono più di 250 diffide piovute al Comune, in circa 50 casi sono già stati scelti i commissari, quattro casi sono già stati definiti.
LA PROCEDURA
Una legge del 1968 prevede che, dopo cinque anni dall’approvazione di uno strumento urbanistico, i vincoli preordinati all’espropriazione vengano meno; insomma, decadono. Le aree interessate sono quelle definite dagli articoli 29 e 30 delle norme tecniche del piano regolatore, ossia le zone a servizi pubblici e a verde pubblico.
Una volta che il vincolo è decaduto, le aree devono necessariamente essere ridisciplinate. Secondo quanto previsto dalla legge, il pianificatore, cioè il Comune, può imporre un sacrificio al privato, ma per un lasso di tempo ragionevole, dopodiché, “o tresca o spiccia l’aia”, come dice ironicamente D’Ascanio.
“Il Comune dell’Aquila – aggiunge – è storicamente inerme su questa vicenda, e i privati, ispirati anche dai consulenti legali, da tempo hanno cominciato a diffidare l’Ente affinché si decida a normare di nuovo queste aree. Il fenomeno si era sviluppato in particolare con la passata amministrazione e non si è attenuato con quella attuale. Certo, ha influito anche il terremoto”.
Dopo un anno dalle diffide, se non c’è risposta i privati possono intraprendere le vie legali e chiedere al Tar di intimare termini perentori al Comune sulla nuova disciplina delle aree. Se scade anche questo secondo termine, il giudice amministrativo nomina un commissario ad acta che si sostituisce all’amministrazione, con poteri assoluti.
“Non si può mantenere a vita un vincolo – spiega D’Ascanio – senza che il privato ne possa fruire o che la collettività ne possa godere. Gli strumenti urbanistici dovrebbero essere diversi e attualizzati: molti piani regolatori oggi non prevedono più il ricorso all’esproprio ma alla concertazione, perché è più conveniente per tutti, è più equa”.
IL FUTURO
Per evitare danni irreparabili a causa della frammentazione dei destini urbanistici di tutte le aree coinvolte nei commissariamenti, è necessario che l’assessorato competente, guidato da Roberto Riga, e l’amministrazione nel suo complesso riprendano in mano le mazze della vicenda.
“Bisogna ragionare – ammette D’Ascanio – In che misura queste aree sono strategiche in base al piano pluriennale delle opere pubbliche? Alcuni studi legali hanno fatto molta attività su questa cosa, e quindi stiamo arrivando a 300 diffide, un problema sempre più notevole”.
Da parte loro, i commissari fanno di tutto per agevolare il compito del Comune. “Cerco di avere un coordinamento con i colleghi e con la struttura – spiega D’Ascanio – Ho fatto un incontro la settimana scorsa con il Comune, stiamo cercando di non andare in dissenso a ogni costo”.
Ma non basta. “Un collega di Chieti – svela D’Ascanio – ha rinunciato all’incarico da commissario, chiedendo ironicamente se, dopo il terremoto, all’Aquila è il caso ancora di parlare di una città con i vincoli decaduti. Oppure si deve parlare di una città senza piano regolatore, stravolta sul piano urbanistico?”.
Dubbio ragionevole, ma il diritto amministrativo si occupa solo di applicare la norma: dopo cinque anni c’è l’obbligo di ridisciplinare l’area a vincolo decaduto, punto e basta. “Però un ragionamento complessivo sul piano politico sarebbe da fare”, conclude pensieroso D’Ascanio. (alb.or)



