L’AQUILA – L’Aquila piange la scomparsa di Maria Grossmann, storica docente di Linguistica generale dell’Università degli Studi dell’Aquila, figura di riferimento umano e accademico per generazioni di studenti della facoltà di Lettere.
La notizia della sua morte, avvenuta lo scorso 7 maggio, ha suscitato profonda commozione nel mondo universitario aquilano e tra quanti hanno avuto il privilegio di conoscerla nelle aule dell’Ateneo o attraverso i suoi studi linguistici, divenuti negli anni un punto di riferimento a livello nazionale e internazionale.
Di origini ungheresi, Maria Grossmann è stata una delle più autorevoli studiose nel campo della morfologia e della formazione delle parole in italiano. Si tratta di una figura stimata e conosciuta a livello internazionale.
Tra le sue opere più importanti figura “La formazione delle parole in italiano”, il celebre volume curato insieme al linguista Franz Rainer, considerato ancora oggi un testo fondamentale per gli studi linguistici italiani.
Con la scomparsa di Maria Grossmann, l’Università aquilana perde non soltanto una docente di altissimo profilo, ma una maestra autentica, capace di lasciare un segno indelebile nella vita dei suoi studenti.
Accanto al rigore scientifico, infatti, chi l’ha conosciuta ricorda soprattutto la sua straordinaria umanità: il sorriso costante, il modo diretto di relazionarsi agli studenti, la capacità di abbattere ogni distanza accademica e di trasformare il rapporto docente-studente in qualcosa che andava ben oltre l’università.
Tra i tanti messaggi di cordoglio arrivati in queste ore, particolarmente toccante, che AbruzzoWeb.it pubblica integralmente, è quello del professor Francesco Di Giandomenico, aquilano, oggi docente in una scuola secondaria di primo grado a Genova ed ex studente della professoressa Grossmann.
“Era un 2013 aquilano. Avevo terminato il Liceo Classico, firmato il mio primo contratto di lavoro e finalmente mi ero iscritto alla facoltà di Lettere.
La conobbi ‘a voce’, tramite mia sorella, che me la descrisse come una docente veramente umana, sempre sorridente, severa ma giusta.
Volevo conoscerla e andai alla sua prima lezione. Entrò in aula e disse semplicemente: ‘Io sono Maria Grossmann, insegno linguistica generale e sono di origine ungherese’. Un inizio semplice, intonato da una voce ‘baritona’, tabagica, ma tutto profondamente marcato da quella voglia di far conoscere davvero la sua essenza.
Ricordo poi il giorno prima del mio primo esame scritto, proprio quello di Linguistica generale. Ero sull’autobus, di ritorno al mio paesino d’origine, distante una trentina di minuti dall’Aquila.
Sfogliavo in maniera nevrotica quel manuale di linguistica. Per me era tutto assurdamente nuovo: termini troppo scientifici per i miei gusti. Tornato a casa, gettai il libro in un angolo della stanza e dissi fra me e me: ‘Che vada come deve andare’.
Qualche giorno dopo arrivò il risultato: un semplice 23. Andai al ricevimento e la docente mi fece accomodare nel suo studio.
Ai miei occhi appariva ancora come una figura goffa seduta dietro quella scrivania piena di carte, libri e mozziconi di sigarette. Una donna però ben curata: gli occhialoni perfettamente equilibrati col taglio di capelli, una collana molto esotica per i miei gusti e vestita di colori sgargianti.
Guardò il libretto, scrisse il voto e poi mi disse sorridendo: ‘Ti va bene 23? È un po’ poco, ma non fa niente: è il primo esame. Buona carriera’. E mise la sua firma: MG, in stampatello maiuscolo.
Il suo sorriso, che suggeriva tranquillità nonostante quel voto, non mi colpì tanto quanto il ‘tu’ che mi rivolse e quell’anomala firma in un microspazio del libretto. Era una docente diversa: non dava del Lei e non aveva bisogno d’imporsi sul pezzo di carta.
Cominciava a piacermi la sua statura profondamente umana, tanto che acquistai il ‘Grossmann-Rainer’, un mastodontico libro da lei curato sulla formazione delle parole in italiano.
La sua più grande passione. Ed ora anche la mia.
Quando lo seppe, mi disse quasi preoccupata: ‘Perché hai comprato il librone?’. La sua era sì preoccupazione per il costo elevato del libro, ma quella frase mi suggerì anche uno straordinario senso d’umiltà.
Dopo mille peripezie, nonostante gli anni fuori corso dovuti al lavoro, arrivò la magistrale. Poi il Covid, le lezioni a distanza, il delirio universitario.
Lei però, nonostante il pensionamento, era sempre lì a lavorare instancabilmente. Dietro uno schermo, già affranta ma ancora invincibile.
Forse non lo ha mai saputo, ma noi studenti sorridevamo sempre all’inizio di quel delirio digitale: ogni volta che attivava telecamera e microfono chiedeva se si sentisse la sua voce, ma spesso non si vedeva bene il suo volto.
Noi però sapevamo che c’era, e che era LA Grossmann, perché durante le pause s’intravedeva, in un angolo dello schermo, un leggero fumo di sigaretta. E sapevamo che ci sarebbe sempre stata, in tutte quelle forme particolari con cui l’abbiamo conosciuta.
Tutto questo lo abbiamo saputo fino a ieri, perché il destino ha deciso di portarla via, in altri mondi che parlano sicuramente lingue diverse dalle nostre.
Facendo oggi una cernita di ricordi, posso dire che nella mia burrascosa carriera universitaria posso contare sulle dita di una sola mano le mie maestre e i miei maestri di vita: Avolio, Thornton, Fusillo, León Gómez, Ceccarelli.
La Grossmann era tutta la mia mano.
Sì, è stata la professoressa che mi ha insegnato ad agire. Non soltanto nel bellissimo e complesso campo della linguistica, ma anche nel nefasto campo delle burocrazie universitarie, dove spesso ci si scontra contro i mulini a vento. Mi è stata vicino in un momento molto difficile della mia vita da studente.
E posso testimoniare che, nel corso delle nostre lunghe chiacchierate telematiche, durante le quali potevo fumare anch’io insieme a lei, riuscì a liberarmi da ogni paura donandomi questo monito: ‘France’, ricordati che nella vita devi essere sempre partigiano. Ma ora devi pensare alla tua carriera universitaria. E sei solo. Nonostante ciò, continua a combattere, ma costruisci nel frattempo il tuo futuro’.
Posso anche dire che ogni Natale, ogni Pasqua, ogniqualvolta ne avessi bisogno, lei era ancora lì, dietro quel pc, quasi ad attendere per risponderti, dispensando preziosi consigli, precisi consulti linguistici e grandiosi insegnamenti di vita.
E gli auguri, sempre rinnovati a ogni mail, di una nuova vita.
Ecco, se oggi sono qui a scrivere con questa mano, è anche grazie a lei. E se non ho abbandonato gli studi, è anche grazie a questa mano che continua a scrivere.
Da oggi purtroppo scriverò sotto una dettatura diversa, ma sono sicuro che ogni colore che darò a ciò che scrivo lo devo alla sua voglia di essere autenticamente umana, prima ancora che docente. Fino alla fine.
Addio Prof. E grazie di tutto. Ora insegni agli angeli a fumare e a sorridere, ma soprattutto insegni loro a parlare! In questa Terra abbiamo ancora tanto bisogno di saper formare le parole, soprattutto in questi tempi turbolenti.”






