L’AQUILA – “Dopo una lunga e difficile battaglia, per vedermi riconoscere la riparazione per ingiusta detenzione, in quanto scontai dal 1980 al 1986, sei anni di carcere, con l`accusa di partecipazione a banda armata per poi essere assolto. Battaglia persa sia in appello a Milano che in cassazione a Roma, con la motivazione sempre uguale di aver avuto frequentazioni sbagliate, dopo queste due incredibili sconfitte, ho trovato una sentenza della Corte Europea dei diritti dell`uomo, datata 10 luglio 2001, che dà completamente ragione alle mie tesi”.

Lo scrive l’aquilano Giulio Petrilli, arrestato il 23 dicembre 1980, con l’accusa di partecipazione a banda armata per un suo presunto coinvolgimento nell’organizzazione Prima Linea.

“Le parti di questa sentenza – spiega Petrilli – sono un cittadino italiano, Lamanna, e l`Austria. La sentenza recita: ” Il ricorrente, dopo essere stato detenuto in custodia cautelare, era stato assolto. Decidendo sulla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la competente Corte aveva respinto la domanda sulla base della considerazione che i sospetti a suo carico ancora permanevano. Da qui la lamentata violazione al principio di presunzione d`innocenza. La Corte ha ritenuto sussistente la violazione affermando che, una volta divenuta definitiva la sentenza di assoluzione, qualsiasi dubbio circa la responsabilità penale, anche se contenuta nella stessa decisione di assoluzione, deve ritenersi in contrasto con il principio riconosciuto nella convenzione europea. Una sentenza chiarissima che non lascia spazio a interpretazione. Se sei stato assolto, punto”.

“A me incredibilmente non è andata così – polemizza – una aperta violazione del diritto che la Corte Europea alla quale ricorrerò, anche alla luce di questa chiarissima sentenza non può che riconoscere. Ma al di là di come andrà a finire, questa sentenza mi ripaga di tante delusioni. Le vittorie morali, dopo tutto quello che ho vissuto, contano molto di più dei risarcimenti economici che in ogni caso sarebbero stati doverosi sia da parte dello Stato che dei magistrati che commettono gravi errori”.