L’AQUILA – “Mi sono pentito di essere tornato a vivere nella mia casa nel cuore del centro storico dell’Aquila”. La frase, amarissima, esce dalla bocca di un professionista aquilano, uno di quelli, assicura, “che ha creduto fortemente in una vera e propria rinascita del nostro centro dopo il terremoto del 2009, tanto è vero che ho scelto di tornare a vivere nella casa in cui sono cresciuto”.
“Oggi, però, la realtà è chiarissima – dice ad AbruzzoWeb il professionista, che preferisce restare anonimo per evitare di essere “travolto dalle polemiche” – e ‘parla’ di un centro storico lasciato al suo destino di ‘Disneyland’ di pessimo gusto per buona parte dell’anno”.
“Attenzione, dalle nostre parti i problemi c’erano, ovviamente, anche prima del terremoto, ma la scelta di puntare non più ai servizi e ad altre attività ‘giornaliere’, bensì ad una specie di ‘salotto’ per turisti e con pochi servizi per la cittadinanza e di conseguenza con ancora pochi residenti, sta producendo un deserto che inevitabilmente colpisce chi, penso ai commercianti ma non solo a loro, ha investito sul centro. Il deserto, però, viene ‘occultato’ in qualche dalle foto e dai video che si riferiscono quando c’è tanta gente in giro, ma sempre deserto è. Il silenzio di tante zone ricostruite viene spezzato quasi sempre dagli schiamazzi degli ubriachi, dalle risse tra bande di spacciatori di droga stranieri e rovinato dalla sporcizia lasciata soprattutto da chi vive la movida in maniera incivile”, continua.
“Non si può pretendere, poi, di non avere più i cantieri tra i piedi – prosegue il professionista – ma si deve pretendere una logica nella gestione delle criticità che non sia sempre a svantaggio di noi residenti, che, tra le altre cose, fatichiamo ogni giorno per trovare un parcheggio che non sia troppo distante dalle nostre abitazioni, e di chi vorrebbe vivere il centro storico che rinasce giorno dopo giorno”.
“In questo modo – conclude – anche chi non è residente è sempre più scoraggiato quando si tratta di andare in centro. Che non può essere ridotto ad un parco a tema. I tempi cambiano, è vero, e così i negozi finiscono per vendere online e non più nei locali, ma la questione è più ampia e non è detto che vada affrontata come se fossimo di fronte a un destino ineluttabile. Anche perché, a quel punto la politica non servirebbe più a nulla”.





