L’AQUILA – Nel settembre del 1349, ai viandanti che si trovavano loro malgrado a passare di qua, la giovane città dell’Aquila doveva apparire come l’anticamera dell’inferno.
Offuscata dalla polvere che si era alzata dopo i crolli, attanagliata dal puzzo dei cadaveri recuperati da sotto le macerie, dopo essere stata colpita per la prima volta dalla furia del terremoto che non l’avrebbe mai più abbandonata per quasi 700 anni successivi, L’Aquila giaceva desolata e indifesa, esposta alle incursioni dei banditi per i varchi che si erano aperti nelle mura cittadine.
Ma gettando l’occhio a sbirciare attraverso le fessure, dietro quelle assi provvisorie e puntellate si svelavano baccanali e vita licenziosa fin dentro i monasteri, a causa della promiscuità generata dallo sfollamento.
Nelle settimane successive al sisma, per arginare l’abbandono della città, il Podestà Lalle Camponeschi aveva infatti ordinato che fossero rattoppate con robuste assi di legno le brecce nelle mura urbiche, così che gli abitanti non potessero uscire incontrollatamente.
Non solo. Bisognava trovare alloggio a chi avesse perduto la propria abitazione e se ci fu chi, come il Camponeschi stesso, privo di gran parte dei suoi beni, si organizzò per vivere in baracche provvisorie, molti si insediarono nei conventi e più di uno pretese, anche con la forza, di dividere il giaciglio delle monache.
Gente comune, nobili, vecchi, giovani, laici e religiosi, furono coinvolti in questa generale vita libertina.
Un po’ come sarebbe avvenuto 660 anni più tardi, nelle tendopoli del post-sisma del 6 aprile 2009, quando circolava insistente la voce di un’intensa attività sessuale da parte di coppie vecchie e appena formate, sempre per la promiscuità della vita in tenda. Il fenomeno è stato oggetto di studio da parte di psicologi e medici e ha trovato conferme.
Questo diffuso abbandonarsi a comportamenti poco consoni alla rigida morale dell’epoca si era già riscontrato anni addietro, durante il terremoto del 1315, quando all’attenzione dell’opinione pubblica e più in particolare dell’opinione ecclesiastica, si pose il caso delle Religiose Gentili, che si erano date a vita licenziosa accogliendo uomini nei loro giacigli (per dirla alla maniera medievale) poiché private del sostentamento economico a loro destinato.
Non abituate all’arte della questua, le monache si vedevano chiedere favori particolari ovviamente di tipo sessuale, in cambio dell’elemosina. Qualcuna mantenne il voto di castità, molte altre cedettero alla forza maggiore.
Tanti erano stati, nel 1349, i morti a causa del terremoto, altri se ne aggiunsero per una recrudescenza della peste nera. L’anno precedente proprio L’Aquila era stata indicata come centro e origine del focolaio e isolata.
Molti, infine, coloro che avevano deciso di rifarsi una vita altrove. Ma L’Aquila sarebbe rinata. La gente tutta, incitata da Camponeschi, non doveva rattristarsi, bensì gioire per la fortuna di essere ancora in vita.
Esorcizzare il dolore, l’abbattimento, la sfiducia, la tristezza, con la ripresa delle attività per cui la città era diventata famosa e ammirata: pittura, scultura, lavorazione delle pelli e dei tessuti, le cartiere, il commercio dello zafferano.
Ora, per sopperire alla mancanza demografica (questa la motivazione di fondo) nel post-terremoto del 1349, che altro fare se non accoppiarsi uomini e donne rimasti?
Ci racconta Buccio di Ranallo, citato a più riprese dall’Antinori insieme a Ludovico Muratori, negli Annali D’Abruzzo: “Per porce rimedio alla mortalità delli mesi passati tutti chelli che non avevano mogliera la presero e de consequenzia molte donne se maritarno e no solamente le figliole en fiore se afferivano pe’ accasarsi e fa’ figlioli, anco le vedove e le donne maturate, ognuna s’era abbigliata co’ tessuti leggiadri, sbattevano le gonne come fanciulle e muovevano li fianchi da far invidia alle zingare veraci”.
“Accussì se videro de li ommeni in là con gli anni, accoppiasse no soiamente co femmene de lu tiempo loro, ma pure co figlioline de poco svezzate, e pure li preveti e frati de cunvento che più d’uno sconvolto de tanta giocondia se despoglio’ de la soa tonaca e se gitto’ ne lu mariazzo”, prosegue.
Così, L’Aquila, nonostante i gravi danni subiti, le guerre intestine, la peste, piano piano rifiorì, fino a diventare, nel periodo tra il ‘400 e il ‘600, una delle città più importanti del Regno di Napoli.



