L’AQUILA – Quattro aquilani hanno rischiato di dover pagare oltre 200mila euro per un debito con una società, alla quale era stato ceduto da una banca: ma, grazie a quello che alcuni definirebbero impropriamente un cavillo giuridico, non se ne farà nulla dopo che la Corte di appello civile del capoluogo di regione ha confermato l’accoglimento del loro ricorso già sentenziato dal tribunale per difetto di legittimazione attiva. Il sostanzioso credito in questione derivava da un contratto di mutuo fondiario redatto tramite un notaio aquilano.
Alla base di questa pronuncia, che ora si riscontra in altre controversie similari, peraltro più numerose di quanto si immagini, il fatto che la legittimazione attiva per poter esigere il credito prevede che la società cessionaria, nel caso specifico la società Purple, (che aveva acquisito il diritto) debba allegare il contratto di cessione e la lista dei crediti e indicare nel precetto il codice identificativo della posizione in capo ai resistenti da utilizzare ai fini di una proficua ricerca in gazzetta ufficiale. Cosa che non sarebbe pienamente avvenuta secondo i giudici.
In parole povere qui difetta la prova della sussistenza della cessione come ha dimostrato l’avvocato Piermichele De Matteis che ha inoltrato il ricorso accolto dai giudici in primo e secondo grado. Essi hanno dichiarato nullo l’atto di precetto non sussistendo più il diritto di credito azionato in via esecutiva.
In definitiva per avere il ruolo di cessionario serve esibire la prova documentale delle circostanze che la attestano. La decisione di appello è ricorribile ma poggia su indicazioni della Cassazione.






