L’AQUILA – Uno studio della Società geografica italiana Onlus per analizzare l’impatto di un evento catastrofico come il terremoto del 6 aprile 2009 sulla vita della popolazione aquilana: 12 geografi provenienti da tutta Italia, attraverso un seminario itinerante, studiano L’Aquila, le ripercussioni sociali del post-sisma e il rapporto della comunità con il territorio e l’ambiente.

Una due giorni iniziata ieri, 3 maggio, con un briefing introduttivo sulla fase emergenziale del sisma, alla presenza di Fabio Pelini, assessore comunale all’Assistenza alla popolazione. Il seminario si concluderà domani, domenica 5 maggio, una tre giorni di visite ad alcuni dei luoghi più colpiti dal sisma del 6 aprile del 2009, da Paganica a Onna, con ‘puntate’ al centro storico dell’Aquila e con incontri e dibattiti sugli aspetti più pregnanti dell’universo sociale legato alla ricostruzione, ma anche con spazi dedicati alla gestione dell’emergenza.

IL PRESIDENTE SALVATORI: ”DA RICOSTRUIRE C’E’ LA GENTE”


Franco Salvatori
, presidente dell’associazione, vero e proprio osservatorio sull’Aquila prima e dopo il sisma, ha il suo quadro della situazione aquilana.

“Le nostre iniziative sono state intensissime all’Aquila – afferma Salvatori – non ultimo il progetto che ha portato al riconoscimento della Perdonanza Celestiniana come patrimonio dell’Unesco.  Dopo il sisma ci siamo attivati per ottenere un finanziamento solidale che avesse come obiettivo la ricerca sul campo del cratere, con la sponda dell’università dell’Aquila. L’Aquila è per noi un luogo di studio che vogliamo continuare a tenere in grande considerazione”.

La stupisce, da studioso e da persona che conosce la città, vedere L’Aquila così ferma?

Relativamente. La ricostruzione dell’Aquila è qualcosa di molto complesso e purtroppo fa i conti anche con la crisi economica. Noi continuiamo a studiare e far emergere i dati delle dinamiche territoriali e sociali, crediamo che riattivare certi processi sia fondamentale per la popolazione aquilana che ha bisogno di riannodare i fili pre-sisma. Dai nostri studi si è riuscito a comprendere, che ciò che serve di più all’Aquila è la riattivazione del tessuto territoriale, a partire dalla città e dal centro e non dalle periferie, che senza dubbio sono importanti ma vanno vissute come tali.

Parliamo, in estrema sintesi, di senso di appartenenza, di identità attraverso i luoghi.

Occorrono veri punti di aggregazione. Nei progetti C.a.s.e. ci si è forse abituati a vivere, ma mancano proprio gli spazi per stare insieme. Non scordiamo, poi, che all’Aquila ormai senza auto non si può vivere, quindi l’esigenza di creare luoghi e punti di incontro certi è ancora più forte. Anche fisiologicamente, L’Aquila è diventata un posto molto confuso. C’è da dire che l’emergenza del terremoto ha imposto di muoversi nell’immediato, le costruzioni semi-permanenti servivano e pure molto per rimediare al disastro, anche se l’impatto è forte rispetto a prefabbricati non permanenti, ma si tratta comunque di costruzioni che rimangono sul territorio, quindi forse sono anche un’opportunità, basta ‘rimodellarli’ e renderli abitabili e vivibili al cento per cento.

C’è qualcosa dell’Aquila terremotata che le fa più effetto?

In modo esteso, mi fa effetto tutto. Gli aquilani vorrebbero tornare indietro in qualche modo, manca la prospettiva di ritorno alle origini, ma di queste ci si riappropria soltanto guardando al futuro e tenendo in considerazione i bisogni di una popolazione che fino a quattro anni fa usciva a piedi per andare a vivere il centro storico. Ci stiamo impegnando riqualificare il tessuto culturale, storico e geografico dell’Aquila, vogliamo studiare e lavorare per restituire una coesione fra territorio e popolazione. Senza alcun dubbio non ci fermeremo qui, continueremo a occuparci dell’Aquila, con i suoi ricercatori che interagiscono con i colleghi degli altri atenei, per ricostruire ciò che più serve a un luogo da ricostruire: la sua gente.

IL VICE PRESIDENTE: ”LE STRADE NON HANNO NOMI, MA NUMERI”

“Abbiamo avuto modo di parlare con Pelini della ricostruzione della città che non è solo materiale, ma anche e soprattutto sociale – spiega Pierluigi Magistri, vice segretario generale della Sgi – poi abbiamo fatto una passeggiata in centro storico e pernottato nel cuore della città”.

Il seminario dei 12 geografi è proseguito nel pomeriggio a Onna, paese simbolo della distruzione inferta dal sisma, con il convegno ‘Territorio e democrazia: ragionando sui luoghi del sisma del 6 aprile 2009’, dopo aver visitato il Progetto C.a.s.e. di Paganica 2.

 “Siamo stati accolti da una onlus locale e abbiamo parlato un po’ con i residenti – prosegue – la cosa che colpisce è che non ci sono più i nomi delle strade e le piastre sono numerate. Queste sono persone strappate al loro ambiente naturale, alle loro tradizioni e abitudini”.

Gli aquilani, vittime di una deterritorializzazione e riterritorializzazione che portano inevitabili “disagi e spaesamento”,  secondo  Magistri, che prosegue: “A Paganica, per esempio, la popolazione che prima del terremoto era di 7 mila persone oggi è più che raddoppiata – sottolinea – in questo modo si minano i rapporti sociali e le tradizioni, perché non tutti i residenti sono paganichesi”.

Una comunità civica, quindi, che risente dell’afflusso di persone che non vivono la stessa storia locale e tradizioni.

“Questo porta fratture sociali – spiega ancora – Il nostro intento è capire come queste strutture sono cambiate  e qual è la realtà oggi a più di 4 anni dal sisma, analizzando il tutto con l’occhio scientifico del geografo”.

Il progetto, che ha già fatto tappa nei territori dell’Emilia colpiti dal terremoto, ha l’obiettivo di creare un’esperienza comune di confronto interno alla disciplina geografica per studiare la ricostruzione materiale e sociale di una popolazione sconvolta da un evento naturale catastrofico.