L’AQUILA – Il terremoto del 6 aprile 2009 si è portato via la fecondazione in vitro facendo svanire la speranza di centinaia di coppie aquilane e abruzzesi, alle prese con difficoltà di procreazione, di avere un figlio con un intervento in una struttura sanitaria vicino casa.

Il centro di eccellenza che era in funzione nell’ospedale San Salvatore dell’Aquila, ormai da quasi tre anni e mezzo non riesce a riaprire, con gravi disagi per moltissime donne costrette ad andare fuori regione per coltivare il sogno di un bebè.

Una situazione da censurare socialmente che causa anche danni economici al bilancio della Asl numero 1 Avezzano-Sulmona-L’Aquila. Azienda che da una parte deve rinunciare agli incassi procurati dalla mobilità attiva di tantissime coppie che venivano all’Aquila al centro Fivet (acronimo di Fertilizzazione in vitro con embryo transfer) e dall’altra pagare le prestazioni di coloro che si rivolgono a strutture fuori regione.

Solo per fare un esempio sul negativo fenomeno, prima del terremoto erano circa 800 le coppie in lista per un intervento, molte delle quali provenienti da Asl non abruzzesi.

Si tratta di una piaga che ha un impatto grave non solo a livello sanitario ma anche sociale: infatti, in un territorio colpito da una tragedia immane, la nascita di un figlio attraverso tecniche che agevolano la gravidanza potrebbe alimentare la speranza di una ripresa e di un rilancio.

E nonostante l’inspiegabile mancata riattivazione di un centro di eccellenza che aveva mostrato grande efficacia, i vertici della Asl numero 1 non sembrano intenzionati ad adottare iniziative concrete trovando fondi, peraltro non ingenti, per ripristinare il servizio.

Tutto ciò al di là di promesse mai mantenute. Secondo quanto si è appreso,il centro Fivet, l’unico in Abruzzo, è bloccato per carenza di personale: mancano almeno quattro figure e così oggi nel territorio regionale non si possono fare interventi di procreazione medicalmente assistita in centri pubblici con la conseguenza che bisogna necessariamente andare fuori regione.

Attualmente, all’ospedale San Salvatore sono attivi solo il laboratorio per le analisi e l’ambulatorio in day hospital per la diagnostica: gli interessati svolgono le visite e le operazioni preliminari nel capoluogo, ma poi l’intervento devono farlo altrove, facendo ricchi altri ospedali e creando mobilità passiva, una iattura per i conti dell’azienda sanitaria.

La chiusura prolungata stride particolarmente anche perché, prima della chiusura forzata, la Fivet aquilana era un centro di eccellenza; senza contare che ci sono direttive precise volte alla creazione di poli d’eccellenza. Anche se con colpevole ritardo, tocca ora al manager della Asl, Giancarlo Silveri, evitare che la struttura venga smantellata.

Considerando che l’ostacolo non è insormontabile: a regime servirebbero due infermieri, un biologo e un altro medico per affiancare l’unico superstite di oggi, il responsabile professor Giulio Mascaretti.