L’AQUILA – “Un coinvolgimento ancora più diretto dell’ente Mediocredito Centrale, che gestisce il Fondo di garanzia per conto del ministero dell’Economia, nel processo amministrativo del finanziamento alla ricostruzione per l’erogazione di nuovo credito e l’abbassamento dell’onerosità di quello in corso”.
È la richiesta di Adolfo Cicchetti, da quasi un anno alla guida di Edilconfidi L’Aquila, Società cooperativa di garanzia fidi fra costruttori edili e imprese affini che opera per assistere i propri soci nell’accesso al credito bancario.
La liquidità è una delle necessità maggiori per le imprese italiane e lo è ancor di più all’Aquila, dove agiscono prepotentemente i fattori legati ai tempi burocratici del processo di ricostruzione.
Gli associati ad oggi sono 229, in buona parte con affidamenti in corso con gli istituti di credito. Considerando che nel 2008 i soci erano 163, si comprende quanto l’accesso al credito sia diventato importante nel post sisma.
“La nostra categoria di aziende, sia per attività caratteristica d’impresa sia per la scarsa dimensione media degli operatori, è più bisognosa delle altre dell’aiuto delle Banche”, spiega Cicchetti in questa intervista che anticipa i punti che verranno affrontati nell’assemblea dei soci di sabato 18 aprile.
Qual è la criticità maggiore, che porta alla necessità di accesso al credito, in quello che viene definito “il cantiere più grande d’Europa”?
Dopo un iniziale intervento della Cassa depositi e prestiti nel processo amministrativo di finanziamento della ricostruzione, sostituito dalla più articolata convenzione Abi – Comuni, non abbiamo più registrato il coinvolgimento di apparati statali idonei a garantire, alle imprese che svolgono il lavoro di ricostruzione,il reale afflusso delle risorse centrali.
Come funziona la procedura oggi?
Nelle banche convenzionate avviene l’accredito, tramite deposito infruttifero, di circa la metà del contributo stanziato per la riparazione o sostituzione dell’immobile.
Il problema è che, a causa del filtro dei Comuni, anche per incassare un singolo Sal può volerci del tempo.
Si crea così un “vuoto temporale” che necessita di una copertura finanziaria per i lavori in corso.
In pratica, le aziende hanno bisogno di credito mentre attendono lo svolgimento dell’iter burocratico…
Esattamente. Di contro gli istituti di credito, per anticipare alle imprese le risorse necessarie per lo svolgimento dei lavori, chiedono condizioni sempre più onerose e vincolanti. In alcuni casi voltano proprio le spalle a quegli imprenditori che non presentano adeguate classi di rating. Tra l’altro la maggior parte delle aziende, proprio perché esposte, non presentano una buona classificazione rating.
In questo corto circuito, le aziende si rivolgono a voi per chiedere assistenza con garanzie da voi erogate…
Il nostro ruolo è di offrire garanzie che amplino la loro capacità di credito o quantomeno ne diminuiscano l’onerosità.
In questa situazione chiedete un apporto maggiore da parte dell’ente Medio Credito Centrale. In che modo?
Sulla scia di quanto già fatto per il terremoto in Emilia, con il decreto Monti del giugno 2012, si potrebbe prevedere un intervento ancora più diretto del fondo di garanzia statale nelle esposizioni legate alla ricostruzione, oltre quanto è stato già fatto
Con l’intervento del Medio Credito Centrale, inquadrato nella regolamentazione apposita della ricostruzione, le aziende potrebbero accedere a più credito e meno costo. Questo porterebbe a un’accelerazione dell’attività di produzione, con evidenti riflessi positivi sulle tempistiche e sulla qualità degli interventi.
Finora abbiamo parlato del sistema che sta ‘sopra’ gli istituti di credito. Quale sono invece le imperfezioni che Edilconfidi riscontra nelle banche?
Queste dovrebbero essere enti che raccolgono risparmi, per svolgere l’esercizio del credito. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad alchimie finanziarie e speculazioni che hanno appesantito l’impianto e la banca si è allontanata dalla sua funzione originaria. Noi auspichiamo appunto la riscoperta della reale funzione degli istituti bancari di sostegno reale alla piccola economia, per l’accesso al credito. E anche di maggiore vicinanza.
In che senso “maggiore vicinanza”?
L’attuale struttura dei grandi istituti bancari è basata su un modello di accentramento delle decisioni. Se si presenta una pratica, questa deve svolgere un iter che arriva alla sede centrale per la discussione e poi tornare in filiale. Questo determina l’allungamento dei tempi di risposta, intollerabile soprattutto per la classe di micro e piccola impresa che ha bisogno di risposte certe e veloci.
Questa “distanza” si riflette anche su una scarsa considerazione delle problematiche del territorio. Le istanze delle imprese vengono valutate da chi non vive il territorio e non ne conosce le reali difficoltà.
Il mestiere di fare banca è legato, ad oggi, al misurare ogni operazione esclusivamente dal punto di vista numerico. Nel concedere credito, bisogna invece valutare anche altri fattori, come l’inserimento sociale nel contesto di settore, per esempio. Finché tutto si valuterà con un freddo algoritmo, l’economia non potrà ripartire.






