L’AQUILA – Sempre più aquilani diventano dipendenti da gioco d’azzardo, alcol e Internet.

Il dato, in linea con il trend nazionale nel capoluogo abruzzese, fa il paio in modo sempre più significativo con il senso “di solitudine e smarrimento” derivanti dal terremoto del 6 aprile 2009 che ha sparpagliato i cittadini, sradicandoli dai propri luoghi, negli alloggi antisismici di progetti C.a.s.e. e Map, che per di più ora cadono anche a pezzi.

Un campanello d’allarme che, secondo la sociologa romana ma ormai trapiantata all’Aquila Margherita Paglino, arrivata come volontaria nella tendopoli di Villa Sant’Angelo il 9 aprile 2009, nasconderebbe disagi “ben più complessi” che per essere curati andrebbero compresi e studiati “con l’impiego di un di un piano emergenziale di prevenzione e ricerca sociale”.

Una tappa d’obbligo, lo studio scientifico, per prevenire gli effetti a lungo termine del sisma sugli aquilani “che possono ancora essere anticipati, se presi in tempo”, sottolinea.

Secondo la sociologa, che ha scelto di restare a vivere all’Aquila fondando l’associazione Socioplan che si occupa di sviluppo territoriale e ricostruzione sociale, infatti, la questione psicologica nel capoluogo “è stata gestita poco e male, con forme di intervento a macchia di leopardo nell’immediato dopo sisma che non sono state risolutive, ma solo temporanee”.

Una ricostruzione delle menti degli individui affidata a un team multidisciplinare di esperti psicologi e sociologi che “passi attraverso uno studio dei dati in grado di prevenire gli effetti devastanti di un evento traumatico di tale portata – illustra ad AbruzzoWeb – In questi casi il lavoro di equipe a sostegno della popolazione è fondamentale”.

Che cosa è stato fatto nei mesi dell’emergenza per curare i disagi psicologici delle persone?

Sono arrivati molti laureandi in Psicologia che, per le loro tesi, facevano colloqui con i terremotati e hanno dato una mano a tanti. Il problema, però, è che andavano via molto presto dalle tendopoli, quindi c’è stato un avvicendamento che ha spiazzato le persone che si vedevano costrette, ogni volta, a dover ricominciare tutto da capo con gli psicologi che arrivavano per sostituire i colleghi che andavano via. In questo modo una persona doveva iniziare a parlare di sé e del suo trauma o delle perdite subite e, dopo una settimana, doveva farlo di nuovo.

Qual è, secondo lei, la maggiore piaga della società aquilana?

La solitudine. La gente si richiude nei Map e nelle C.a.s.e., non esce più di casa. La solitudine e il profondo senso di smarrimento derivano dal fatto che il contatto con gli altri viene meno e non ci sono più punti di aggregazione.

Da che cosa deriva questo senso di solitudine?

Si è creata una lacuna a livello psicologico e sociale nel passaggio dalle tendopoli agli alloggi antisismici. Nelle tendopoli, che erano quasi una realtà surreale e costruita, fatta di socialità e vicinanza, c’è stato troppo assistenzialismo che, in prima battuta, è andato bene: tanti gli eventi benefici organizzati e le occasioni per stare insieme, nei quali la comunità veniva resa protagonista, ma poi c’è stato il vuoto. Una volta entrati nei nuovi alloggi, infatti, è venuta fuori tutta la solitudine e si è sedimentata man mano una situazione nella quale le persone erano più protagoniste della socialità, senza più un confronto con le istituzioni e la comunità. La gara di solidarietà è stata grande, ma ha portato danni che vanno curati perché non ha permesso di metabolizzare l’evento e ha creato un buco tra gli aspetti psicosociali.

Ha parlato di un piano di intervento emergenziale. Da dove si dovrebbe partire?

Da un monitoraggio scientifico della società e da un piano di prevenzione per mettere in campo azioni concrete ed evitare, così, effetti a lungo termine. Si deve poi lavorare sulla resilienza, cioè sulla la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita davanti alle difficoltà.

Di che cosa si occupa la sua associazione?

Abbiamo la sede a Villa Sant’Angelo, ma operiamo su tutto il territorio e ci occupiamo di sviluppo territoriale, con l’obiettivo di mettere le basi della vera ricostruzione sociale. Il fine dell’associazione è prima di tutto la ricerca sociale, creando un lavoro di rete con le altre realtà del territorio e con le amministrazioni locali per studiare i fenomeni sul nascere e fare delle stime su come potrebbero evolversi. La ricerca va affiancata da interventi mirati sui disagi.

Quali progetti avete realizzato finora?

Abbiamo preso molti incarichi legati alla prevenzione delle dipendenze e realizzato molti laboratori di teatro e scrittura creativa per la risocializzazione dei giovani. Abbiamo organizzato la giornata mondiale per la lotta alla droga all’Aquila con u torneo di rugby touch negli impianti di Centi Colella. Marianna Galeota