L’AQUILA – “Una macchina comunale allo sbando, guidata da un sindaco sbandato!”
Lo afferma l’assessore regionale alla Protezione civile Gianfranco Giuliante (Pdl), in merito alla vicenda dei manufatti realizzati nel nucleo industriale di Pile (L’Aquila) che sono a rischio demolizione, dopo la decisione del Comune di sospendere l’autorizzazione a una società che aveva iniziato i lavori per ricollocare la sede inagibile a seguiro del terremoto.
“Le recenti notizie circa la possibilità che una serie di strutture rilocalizzate a seguito del sisma del 6 aprile vengano demolite o ne vengano bloccati i lavori di realizzazione – scrive Giuliante – certificano la confusione di questa amministrazione dove la testa (Massimo Cialente) non sa quello che fanno le braccia (uffici)”.
“Sindacati, Casa del volontariato e attività di servizi seguendo quanto disposto dalla Opcm 3771 del 19 maggio 2009 e da un’ordinanza del Sindaco del 30 luglio 2009 – spiega – avevano deciso di rilocalizzare le proprie sedi inagibili in un’area individuata in sinergia con il Consorzio industriale”.
“Oggi su queste attività – ricorda Giuliante – pende la ‘spada di Damocle’ di un possibile abbattimento delle strutture già esistenti e di un fermo, certificato, per quelle in fase di realizzazione”.
“Una città precaria vive continuamente l’incubo che da un giorno all’altro l’amministrazione comunale possa mettere fine a quel tentativo di rinascita che, senza sottacere le difficoltà, si era avviato dopo il 6 aprile 2009 – prosegue Giuliante – L’inumanità di tale atteggiamento unito alla schizofrenia del Comune stanno diventando un secondo terremoto”.
“Fra qualche mese il problema delle abitazioni temporanee, la cui validità si basa soltanto su una delibera di Consiglio comunale – dice ancora l’assessore regionale – verrà a galla, e a oggi nessuna soluzione sembra essere stata prevista sommando confusione a confusione”.
“Anzi, con furbizia si è spostata una risposta necessaria a dopo le elezioni – conclude – cercando di lucrare sulla disperazione qualche consenso elettorale, perché la ‘non risposta’ rischia di diventare merce di scambio elettorale”.



