L’AQUILA – “Una splendida testimonianza dell’urgenza, sentita da tutti, di ri-nascere, di ri-vivere, di ri-trovare la fede e la speranza in un futuro che si può fare”. E’ così che il maestro Luciano De Dominicis, della società dei Concerti di Piacenza, definisce il concerto di Carlo Grante, che è stato organizzato il 5 marzo scorso nella basilica di Collemaggio, dal Rotary club. Questo l’intervento di De Dominicis.

Quando ho letto la notizia dell’imminente concerto di Carlo Grante all’Aquila e ho conosciuto le motivazioni dell’iniziativa, ho avuto subito l’impressione che l’occasione sarebbe stata di quelle magiche, di quelle da non perdere. Certo, L’Aquila non è proprio dietro l’angolo e millecento chilometri da fare in due giorni un po’ mi spaventavano. Ma, mi sono detto, in fondo l’iniziativa è assolutamente meritoria (la raccolta di fondi per il restauro della “Madonna con Bambino” attribuita a Giulio Cesare Bedeschini) ed è passato del tempo dall’ultima volta che ho sentito Carlo Grante in un concerto dal vivo.

Così, di buon’ora, in compagnia di mia moglie e di due amici (di cui un’Aquilana) mi sono messo in viaggio da Piacenza in direzione del capoluogo abruzzese, curioso, oltre tutto, di constatare di persona le condizioni della città e lo spirito degli Aquilani dopo la tragedia che li ha così duramente colpiti. Intendiamoci, non ero mai stato in quel luogo e le mie conoscenze dei fatti si limitavano a quanto visto in televisione e letto sui giornali. Di conseguenza, ero ovviamente animato dallo spirito di compatimento (in senso etimologico) che pervade chiunque sia dotato di un minimo di sensibilità, ma questo cum-patire era un po’ quello che intende De Andrè quando canta “il dolore degli altri è un dolore a metà”.

Tutto questo prima di arrivare in città. Poi tutto è cambiato. Abbiamo camminato qualche ora per le strade del centro, abbiamo parlato con le persone, abbiamo respirato le mille sensazioni contraddittorie che emanano dalle eleganti strade ora deserte, dai bellissimi edifici ora transennati, dalle insegne dei bar e dei negozi abbandonati, dalle camionette dell’esercito e della protezione civile, dalle ferite che offendono l’animo degli Aquilani e traspaiono da ogni parola, da ogni frase. E il dolore si è fatto denso, l’angoscia profonda.

Il lungo preambolo per spiegare cosa ha significato, per uno che viene da fuori, per uno che, in fondo, non “sapeva”, vivere la magica serata in S. Maria di Collemaggio. Una serata che, ad onta del freddo intenso, ha riscaldato gli animi di tutti i presenti e che si è rivelata essenzialmente, al di là della pur encomiabile occasione benefica, una splendida testimonianza dell’urgenza, sentita da tutti, di ri-nascere, di ri-vivere, di ri-trovare la fede e la speranza in un futuro “che si può fare”.

Certo, gli ingredienti c’erano tutti: la Basilica, ferita ma ancora straordinariamente suggestiva, la reliquia del Santo, quasi sentinella e testimone di una Fede non persa, l’arte di Carlo Grante, il suo pianismo meraviglioso, tutto ha contribuito a formare un quadro di intensa, profonda spiritualità. Ma ancora di più le persone – tante persone – presenti, unite in un’ineffabile ma evidente atmosfera di raccoglimento e di solidarietà, consce dell’impegno e della volontà necessari per affrontare un futuro che ancora appare indefinito.

La musica arrivava alle mie orecchie come velata dallo spazio e dal freddo, ma questo non faceva che acuire l’attenzione al contesto, alla magia del momento. Così le note di Scarlatti, di Liszt, di Busoni, pur così familiari, hanno attraversato la mia mente con inflessioni inedite, con suggestioni particolari. Segno evidente della grandezza di interprete di Carlo Grante, ovviamente, ma anche frutto di quel coacervo di sensazioni e di impressioni che la giornata aquilana aveva lasciato in me. E la consapevolezza di vivere un momento unico in un luogo incantato, partecipando dei sentimenti e delle intenzioni di tante persone che non conosco e che, pure, ho sentito così vicine.

Parlare di successo per una serata così sembra ed è, effettivamente, riduttivo. So che la raccolta dei fondi per il restauro è andata bene; so che l’impegno organizzativo del Rotary Club dell’Aquila è stato premiato dall’evidente gradimento del pubblico, so che l’arte di Carlo Grante è stata riconosciuta ed apprezzata. Ma so anche che è stato raggiunto il fine principale che fin dall’inizio ha animato il pianista aquilano e chi, con lui, si è prodigato per la realizzazione: far capire ai conterranei ed al mondo intero che L’Aquila c’è ancora, con la sua tradizione, la sua arte, la sua cultura e che il mondo va avanti. Deve andare avanti, basta volerlo.