L’AQUILA – Cinque anni dopo il terremoto dell’Aquila, dentro la cattedrale di San Massimo ci cresce l’erba: prosegue nell’indifferenza generale uno degli scandali più indecenti del post-sisma, probabilmente il peggiore dal punto di vista della conservazione dei beni culturali.
È un prezzo molto duro da pagare per gli aquilani, che nasce dal blocco totale imposto dall’Arcidiocesi dell’Aquila al cosiddetto “appalto della discordia”, quello da 45 milioni di euro per la ricostruzione di un gigantesco aggregato che comprende, appunto, anche la cattedrale.
In questo quinquennio, per l’edificio di culto più importante del capoluogo, che troneggia su piazza Duomo dal 1259, non si è riuscito a trovare uno straccio di finanziamento per una copertura provvisoria, come invece accaduto per tutte le altre chiese cittadine: dalle Anime Sante a Santa Maria Paganica fino alla più sperduta cappellina.
Dopo aver speso 1 milione per i puntellamenti che circondano la struttura, per coprirla ci sarebbero voluti altri 600 mila euro che, però, non c’erano, si diceva nel 2011, mentre ancora si rimuovevano le macerie.
Il restauro, affermava l’allora vice commissario Luciano Marchetti, sarebbe partito quello stesso anno, sfruttando la bella stagione per fare a meno del tetto e partire con una ricostruzione più rapida possibile. Macché.
Le belle intenzioni, quelle che lastricano la strada dell’inferno secondo lo scrittore Usa Damon Knight, sono rimaste tali.
E a oggi la ricostruzione del Duomo è del tutto bloccata, situazione che produce come sgradevolissimo corollario il blocco anche a un qualsiasi tipo di copertura provvisoria, con l’effetto a cui si accennava all’inizio: muschi e licheni profanano la chiesa più importante della città.
La direzione regionale dei Beni culturali passa la palla alla Curia, che ha la maggior parte delle quote all’interno del Consorzio Sant’Emidio, che comprende tutti i proprietari di quella zona, e quindi ha autonomia decisionale su tempi e modi dei lavori.
Nei mesi scorsi questo giornale ha portato alla luce un avviso pubblico che era stato pubblicato a pagamento dall’Arcidiocesi sul quotidiano economico Il Sole 24 Ore, in cui si varava una preselezione delle ditte per il restauro che, alla luce dei requisiti siderali richiesti, avrebbe escluso la quasi totalità delle aziende aquilane lasciando il ricchissimo piatto solo a una tra alcune grandi imprese italiane, “amiche”, aveva insinuato più di un costruttore scatenando la protesta.
Una lettera dell’Ance finita, secondo quanto si è appreso, perfino sui tavoli del Vaticano, le polemiche degli imprenditori e gli sviluppi dell’inchiesta giudiziaria sul recupero dei beni culturali e religiosi, con 11 indagati per corruzione e turbativa d’asta, hanno spinto l’arcivescovo metropolita, monsignor Giuseppe Petrocchi, che all’epoca era appena arrivato, a congelare l’intera operazione-San Massimo in attesa di vederci chiaro.
Soprattutto alla luce del precedente dualismo che c’era stato, nella gestione delle mazze della ricostruzione, tra il suo predecessore, monsignor Giuseppe Molinari, e il vescovo ausiliare, monsignor Giovanni D’Ercole, che proprio in questi giorni è stato svelato lascerà L’Aquila dopo 4 anni e mezzo.
Tanto più che, è emerso dopo, la Curia stava trattando sottotraccia con la presidenza del Consiglio per farsi nominare con un decreto di palazzo Chigi “soggetto attuatore”, ossia capace di bandire appalti indipendentemente dalle altre istituzioni, potendo così gestire la ricostruzione pubblica oltre a quella privata: un’ipotesi svelata sempre da questo giornale e che ha provocato una marea di polemiche, dal sindaco Massimo Cialente in giù, fino a deflagrare.
Intento comunque lodevole, quello clarificatorio di Petrocchi. Peccato che, nel frattempo, siano passati mesi e mesi e la situazione dovrebbe essergli più che chiara, cristallina. E dalla presa d’atto sarebbe ora di passare all’azione.
Per togliere di mezzo quelle inquietanti zone verdi nel pavimento del Duomo. Per coprire finalmente quel soffitto sfondato che ha fatto la “gioia” dei fotografi di mezzo mondo, venuti a re-immortalare la “città fantasma” a 5 anni dalla scossa.
Per far rinascere, soprattutto, la cattedrale degli aquilani. Che è stata già distrutta e ricostruita tre volte, nel 1259, nel 1315 e nel 1703. Sperando che, di questo passo, la quarta non diventi quella fatale.




