L’AQUILA – Dentro il Partito democratico della provincia dell’Aquila si respira aria da resa dei conti.

L’unità sbandierata nei giorni scorsi sul nome di Mario Mazzetti, che comunque oggi è stato proclamato segretario dai delegati al congresso ospitato presso la sede dell’associazione costruttori del capoluogo, è in realtà un accordo di facciata che lascerà molti strascichi tra i democrat.

Emblematiche, in tal senso, le parole del commissario uscente, Arnaldo Mariotti: “se dicessi che tutto è risolto sarei un bugiardo”.

A fronteggiarsi, nei mesi scorsi, due gruppi, entrambi forti e articolati: da un lato quello che ha fatto bottino pieno con Mazzetti, in larga parte composto dai big marsicani del partito (il senatore Luigi Lusi, il vice presidente del Consiglio regionale Giovanni D’Amico, il suo collega all’Emiciclo Giuseppe Di Pangrazio e il sindaco di Cerchio Gianfranco Tedeschi), dall’altro quello degli “aquilani” (Giovanni Lolli, Massimo Cialente e Stefania Pezzopane), appoggiato anche da Michele Fina, che aveva scelto come portavoce il presidente della Gran Sasso Acqua Americo Di Benedetto.

Una contrapposizione fatta di toni duri, documenti arrivati a Roma senza condivisioni preventive ed email diramate anche tra gli iscritti.

Tutto nasce da una proposta inviata da Lusi a Pier Luigi Bersani, Enrico Letta, Rosy Bindi e altri maggiorenti del Pd, nel quale si reclamava una soluzione unitaria in occasione del congresso.

In quel momento, infatti, ancora non si erano risolti i problemi che avevano portato al commissariamento del partito per lo scontro, durissimo, tra chi voleva il rinnovo di Fina (gli aquilani più D’Amico e altri) alla carica di segretario e chi, invece, cercava il rinnovamento con Ilaria Cacciarelli (Lusi e molti ex della Margherita).

A Lusi aveva risposto Lolli che aveva definito l’episodio “sconcertante”, perché “l’operazione non era stata concordata con i dirigenti e gli eletti aquilani”.

Secondo Lolli la cosa era “paradossale”, perché “si tentava di riunificare il partito escludendo praticamente tutta l’area geografica del terremoto”, e “grottesca” poiché lo stesso Bersani aveva spiegato che “sull’Aquila si sarebbe concentrata una grande questione nazionale”.

La controreplica era arrivata da D’Amico: “nessuna volontà di escludere il partito delle aree terremotate”.

Circostanza poi smentita dai fatti, visto che addirittura si era arrivato a proporre il ticket Mario Mazzetti-Francesco Piacente: il primo di Carsoli, il secondo di Capistrello.

A quel punto il gruppo aquilano è andato su tutte le furie e ha proposto la candidatura di Di Benedetto, dopo ritirata quando è venuta meno anche l’indicazione del vice segretario vicario (Piacente, appunto).

Ma l’accordo, difeso ufficialmente un po’ da tutti, anche per questioni di Realpolitik, in realtà non è andato a genio a tanti. La firma dell’armistizio, quindi, non prelude alla pace ma a un periodo di guerra fredda, con i più arrabbiati che ce l’hanno con il vertice dirigenziale aquilano che, a loro dire, non avrebbe tutelato abbastanza le prerogative del capoluogo.

Sul banco degli imputati rischiano di finire i pezzi grossi del partito, e gli esiti potrebbero iniziare a farsi vedere già al momento di aprire la discussione sul futuro candidato sindaco dell’Aquila.

SULLA PRESIDENZA LO SCONTRO ESCE ALLO SCOPERTO

È bastato che il gruppo di Mazzetti incassasse il risultato della segreteria per far emergere le divergenze al momento di passare alla votazione del presidente del partito, individuato dai “frondisti” in Di Benedetto.

Nonostante fosse stato lo stesso neo segretario a proporre il nome del presidente della Gran Sasso Acqua e nonostante si tratti di una carica meramente onorifica, una parte dell’assemblea ha manifestato la propria contrarietà e sta tentando in tutti i modi di rinviare la decisione a settembre.

Nel frattempo la sala dell’Ance comincia a svuotarsi, sono rimasti pochi delegati e si fa sempre più pressante la sensazione che gli aquilani usciranno dal congresso a mani vuote. (red)