*di Luigi D’Eramo
L’AQUILA – In questi ultimi anni l’Abruzzo è stato caratterizzato da un grande dinamismo. Una realtà tra le più attive del Centro-Sud per incremento del Pil e forte orientamento all’export. Una regione divenuta sempre più centrale, in grado di distinguersi non solo per capacità produttiva, qualità del tessuto imprenditoriale e valorizzazione delle sue eccellenze agroalimentari, ma anche per progettualità territoriale. Ne è un esempio il Nuovo Comune di Pescara, che dovrebbe vedere la fusione fra Pescara, Montesilvano e Spoltore e che potrebbe porsi come un soggetto protagonista della zona costiera.
Anche il capoluogo di Regione, L’Aquila, deve avere ora una pianificazione che guardi ai prossimi 30 anni. Il sindaco Pierluigi Biondi ha portato avanti uno straordinario lavoro per completare l’opera di ricostruzione e perché i comuni del cratere tornassero a vivere una piena normalità.
Adesso, nell’anno in cui la città ha ricevuto l’importante riconoscimento di Capitale italiana della cultura, si può aprire una nuova fase. Un progetto condiviso in grado di coinvolgere attivamente tutti i Comuni dell’aquilano e superare anche i distinguo fra le diverse forze politiche.
È l’idea di un capoluogo diffuso. Dobbiamo pensare ed agire come un unico grande territorio, orgoglioso della sua storia e delle proprie radici, della sua rinascita, delle sue risorse, della sua forza. La crescita delle aree interne non può passare da una logica di sussidi, fondi statali o da ipotetici contributi dalle aree urbane. Come insegna anche la storia recente in questo modo non si genera ricchezza, piuttosto si deprimono le economie. Il reddito di cittadinanza, che era stato pensato come un sostegno alle fasce più deboli della popolazione, si è presto rivelato un incentivo a disoccupazione e lavoro nero, mettendo in crisi interi settori produttivi.
Dobbiamo essere invece fieri di tutto ciò che già possediamo, dobbiamo ripartire dalle bellezze architettoniche, artistiche e paesaggistiche, dal patrimonio rappresentato dalla cucina, l’agroalimentare e i prodotti tipici, da un turismo fatto di luoghi e di esperienze. Una nuova visione, un modello di sviluppo che nasca dalle nostre ricchezze, che sono tante, a partire dalle risorse della nostra terra e dalla voglia di fare, come è stato in passato. Non sono parole vuote. È quello che ho imparato dalla storia della mia famiglia. In un periodo certo non semplice, negli anni a cavallo di una guerra mondiale, mio nonno fu capace di garantire un relativo benessere economico, non solo ai suoi figli e nipoti, ma a tante persone che vivevano nel suo stesso paese. Ci riuscì partendo da un prodotto di eccellenza del territorio, le mandorle, con un grande spirito di iniziativa, voglia di lavorare e di creare lavoro per altri.
Da amministratore prima e membro del governo poi, quello è rimasto il mio modello, ispirato a un profondo senso di comunità, del crescere insieme non lasciando indietro nessuno. Un’appartenenza che è alla base di una solidarietà civile e sociale, che si traduce in una più alta qualità di relazioni. Bisogna andare oltre alla retorica della restanza, della resilienza, del diritto a rimanere. Va rivendicato e valorizzato tutto ciò che offre il territorio aquilano. Un territorio fatto di piccole e medie imprese, dove dietro a un’azienda più che un marchio c’è il volto di una donna o di un uomo.
È quell’identità che spesso si perde nelle città metropolitane, dove si rischiano bassi livelli di benessere generale e difficoltà di controllo sociale, o il sentirsi soli senza alcuna rete di supporto.
Il senso della coabitazione e di comunità rappresenta un lusso, e lo sarà sempre di più in futuro. La contestuale sfida a cui siamo chiamati è certamente il potenziamento delle infrastrutture e dei collegamenti, l’innalzamento della qualità dei servizi, dei trasporti, delle scuole, degli ospedali. Investendo sempre di più nelle nuove tecnologie, in uno sviluppo che tenga insieme sostenibilità ambientale, economica e sociale.
È così che le piccole realtà non sono più piccole, ma diventano parte di una grande realtà urbana diffusa che prende forza dall’omogeneità del suo territorio per riscoprire un nuovo modo di vivere, più a misura d’uomo, non retrogrado, ma proiettato verso una più alta qualità della vita.
Oggi L’Aquila ha l’opportunità di essere Capitale di una nuova cultura, di una città nuova e di una diversa prospettiva che al posto di un ritorno personale metta al centro un ritorno di comunità.
Con l’orgoglio di un comune senso di appartenenza, l’orgoglio di essere abruzzesi, l’orgoglio di essere aquilani.
*Sottosegretario di Stato Masaf, già deputato della Lega ed ex segretario regionale del carroccio in Abruzzo






