L’AQUILA – “Non vado via dall’Aquila, per ora. E vi dico che per combattere le infiltrazioni mafiose nella ricostruzione servono più controlli, è un fenomeno che era stato preannunciato ma i governi precedenti non hanno modificato le norme, ora finalmente si può. Ma in questa città, per quel che riguarda il resto non parlerei di emergenza, la droga circola dappertutto, le vere emergenze sono altrove, non qui”.

Ne è convinto Nicola Trifuoggi, vice sindaco dell’Aquila ed ex procuratore della Repubblica di Pescara, oltre che del capoluogo.

Commentando uno spiffero diffuso in questi giorni nei corridoi della politica, smentisce le voci su un suo addio allo scranno accanto a quello del sindaco, Massimo Cialente, che occupa da gennaio, e analizza la situazione aquilana a pochi giorni da due ‘botte’: una riguardante gli arresti di alcuni imprenditori nell’ambito dell’inchiesta su presunte infiltrazioni del clan camorristico dei Casalesi nella ricostruzione privata post-sisma; un’altra su giri di droga e prostituzione.

Trifuoggi, va ricordato, era stato chiamato all’Aquila per via del curriculum e del blasone di garante della legalità e della trasparenza amministrativa, all’indomani dell’inchiesta giudiziaria del gennaio 2014 “Do ut des” su presunte tangenti che ha coinvolto, tra gli altri, il suo predecessore, l’ex vice sindaco, Roberto Riga, indagato, e che ha portato lo stesso sindaco a presentare le dimissioni, poi ritirate, come già altre volte minacciato e accaduto.

“Io ho sempre detto – afferma l’ex magistrato ad AbruzzoWeb – che sono venuto qui nel tentativo di dare una mano, per fare cose positive. Il giorno che dovessi verificare che la mia attività sia del tutto inutile farò le mie valutazioni”.

Trifuoggi non ha dunque cambiato idea, da quel giorno dell’insediamento in Comune, in cui solennemente dichiarò in un’aula consiliare gremita: “Ho accettato l’incarico per stima e certezza di trovarmi tra persone per bene, con il collante dell’amore per la città. L’Aquila non merita di essere rappresentata come un covo di banditi. Questa città è fatta di persone oneste e c’è tanto da lavorare per l’immane sfida della ricostruzione”.

A distanza di mesi, l’edificante raffigurazione della “città fatta di persone oneste” è stata nuovamente sporcata dalla clamorosa inchiesta che ha portato agli arresti di noti imprenditori aquilani, con l’accusa di presunte contiguità con la Camorra.

“Sono notizie che destano preoccupazione e rabbia – commenta Trifuoggi a questo giornale – uesti fenomeni erano stati preannunciati e denunciati alle autorità governative, ma né il governo di Silvio Berlusconi, né quello di Mario Monti e ancora quello di Enrico Letta hanno dato risposte sulla necessità di modifica le norme che regolano gli appalti della ricostruzione privata. Finalmente, però, così ha assicurato il sottosegretario Giovanni Legnini, a breve saranno approvate norme che partono da un presupposto: è vero che sono appalti tra privati, ma il denaro è pubblico e occorrono dunque rigorosi controlli”.

Per Trifuoggi “devono essere garantite in primis la pubblicità e le verifiche antimafia sui subappalti, poi deve essere introdotto il divieto di cessione, e porre un limite massimo ai subappalti. I cittadini – insiste – devono mettere nei contratti penali fortissime per chi non consegna i lavori nei tempi, per scoraggiare l’accumulo di incarichi e appalti. Anche il sistema, introdotto dalla legge Barca, che prevede che negli appalti privati ci siano almeno cinque offerte, diventa inutile se poi non ci sono controlli”.

Per il resto L’Aquila, assicura Trifuoggi, non è diventata il Bronx, come potrebbero lasciar credere i numerosi arresti per droga e prostituzione verificatisi negli ultimi mesi.

“Significa solo che la procura e le forze dell’ordine fanno bene il loro lavoro, ma non parlerei di emergenza, la droga circola dappertutto, le vere emergenze sono altrove, non qui”, conclude.