L’AQUILA – “È necessario muoversi con sollecitudine alla ricerca di vie diverse: non fosse altro che per le pressanti sollecitazioni della natura”.
Lo afferma in una nota l’architetto aquilano Giancarlo De Amicis.
“L’incertezza, proveniente dagli svariati fenomeni di disordine che interessano il territorio nazionale, continua a tenere impegnata l’attenzione degli italiani – commenta l’architetto – terremoti, alluvioni, incendi, crescite incontrollate di città, crisi economiche continuano a sovrapporsi in apparenti sequenze di accidentali manifestazioni calamitose, ma che sono espressioni di ben altra matrice”.
“I sommovimenti tellurici, alluvionali, franosi e quant’altro oggi si profila in Italia metaforicamente – afferma De Amicis – risuonano come una ‘chiamata alle armi’ che spingono ad affrontare l’inatteso con maggiori competenze. In particolar modo ciò vale per l’Aquila”.
“Più che continuare a progettare in termini di crescita lineare – commenta l’architetto – la città dovrebbe darsi la possibilità di ripensare in termini nuovi l’organizzazione del suo spazio vitale, progettando il suo futuro anche in termini di combinazioni; combinazioni che diano maggiore rilevanza a quei processi fatti di interazioni con il suo territorio e con altri territori, con il luogo e con altri luoghi”.
“Il progetto per combinazioni – ha aggiunto De Amicis – è alla base della strategia Pan-Europea, che riconosce l’importanza della capacità combinatoria degli strumenti contemporanei, per il suo carattere moltiplicativo, in relazione con l’idea di gestione del cambiamento, che connette ‘condivisione’ a ‘diversità'”.
“La ricostruzione della città non può essere assimilata ancora a quella di un singolo luogo ideale da ripristinare, e neanche a un unico modello formale – ha affermato l’architetto – all’idea di società plurale, va associata una visione di città multipla: non di un’isola, ma di una città dentro la città, di un luogo di luoghi”.
“Se prima si parlava di progetto dello spazio pubblico ora si deve cominciare a parlare di progetto dello spazio relazionale, realmente collettivo e aperto agli stimoli e alle attività: non più uno spazio di arredo urbano, di ‘monumentale ambiente’ fondato su immagini finite di edifici, ma di uno spazio di nuovi paesaggi, riferiti a ciò che è fra le cose più che alle cose stesse”, ha concluso De Amicis.





