L’AQUILA – A vent’anni scelse di fare il lavoro di suo nonno e di suo papà.
E per più di sessant’anni è stato un ombrellaio in piazza Duomo, all’Aquila, fino a quella scossa maledetta del 6 aprile 2009.
Adelchi Di Pietro, da Secinaro (L’Aquila), lo ricorda chi quella piazza, oggi ancora in fase di ricostruzione post-sisma 2009, l’ha respirata, vissuta, quando era il centro di tutta una città, quando assorbiva tutti, aquilani e non, poveri e ricchi, perdigiorno e faticatori di ogni età, classe sociale, ideologia.
Nel 2016, Di Pietro, rimasto senza moglie da un po’ ma con un esercito di figli, nipoti e pronipoti, aggiusta gli ombrelli all’entrata del supermercato di fronte all’ospedale “San Salvatore”, che da piazza Duomo è troppo distante per poter rappresentare l’epoca d’oro di vita vera, di amicizie, abitudini e affari economici.
E si commuove sempre al ricordo dell’Aquila e del centro storico che furono, dei rapporti giornalieri con chi stava lì a campare come Pecilli, “che oggi sta alla Rivera col rame”, ammette con gli occhi svegli e chiari a più di ottant’anni, mentre fa pure notare che “se mi dicono ombrellaio, non mi offendo. È il mio mestiere, gli avvocati mica si offendono se li chiami avvocati”.
Perché piazza Duomo gli manca, è un’assenza pesante, si sente a pelle, specie per uno come lui che magari se ne frega del futuro ma ha una valanga di esperienze che lo legano con forza al passato, ma che nonostante tutto s’è pure abituato ad aggiustare ciò che è rotto per andare avanti sotto la pioggia, a far di necessità virtù.
Che significa dover ancora lavorare, visto che la pensione è magra magra.
Ma questo limbo post-terremoto, Adelchi riesce a viverlo con la solita dignità, col sorriso acceso e un appello lanciato da sotto i baffi non certo anziani che gli segnano il viso e la coppola da togliere un attimo con profonda eleganza di provincia: ai giovani, a quelli che conoscono la parola rispetto e gli cedono il posto in una sala d’attesa, dice di non andarsene, perché in fondo L’Aquila è “un paese” che ha una storia unica nel mondo.
E perché, alla fine, ciò che più conta è l’affetto che provi nei confronti di un luogo a darti la carica per aggiustare i conti che non tornano, ma che torneranno.
Che dovranno tornare.
È solo questione di tempo.



