L’AQUILA – Si accesero a lutto più di 6 mila candeline all’Aquila quel lontano e sciagurato 2 febbraio 1703, per quello che fu ricordato il Grande Terremoto.

Il giorno più lungo, un tragico mezzogiorno di fuoco, una terribile scossa di magnitudo 6.7 che rase al suolo un’intera città.

La terra tornò a tremare dopo circa 400 anni. E fu la conferma di un’esiziale maledizione, che oggi più che mai il popolo Ultra d’Abruzzo continua a scontare sulla propria pelle, a ricordare che quelle immagini di sciagure e morte non sono così lontane, ma vive, presenti, persino presaghe.

L’onda dello sciame sismico cominciò a interessare gran parte dell’Abruzzo aquilano e dopo alcune settimane di quiete, la forte scossa del 14 gennaio 1703 nella zona tra Amatrice e Montereale fu solo il drammatico anticipo, il più forte mai registrato, di quello che sarebbe poi accaduto: il bilancio a Montereale fu di oltre 800 morti, con moltissimi crolli in molti paesi del Reatino.

Ma quell’avvenimento non risparmiò neanche allora le mura dell’Aquila, che riportò gravi segni di lesioni in molte case, chiese, palazzi.

A poche settimane da quel giorno, il crollo delle torri campanarie delle chiese di Santa Maria di Roio e di San Pietro a Coppito segnarono l’inizio del terrore.

Era il giorno della Purificazione di Maria e molti fedeli aquilani erano riuniti per celebrare il sacro rito della Candelora. Molti in preghiera nella chiesa di San Domenico. E prima che scoccasse mezzogiorno, proprio durante il momento della comunione, le capriate del tetto cedettero, seppellendo i presenti.

Della Basilica di San Bernardino rimase in piedi solo la facciata, il coro e le mura laterali, ma anche le chiese di San Massimo, San Filippo, San Francesco e Sant’Agostino furono toccate. Fu una vera e propria ecatombe: oltre 2.500 vittime solo a L’Aquila, ma più di 6 mila in tutto il territorio.

I manti di porpora si vestirono a lutto. E quella festa che avrebbe dovuto essere simbolo di “luce per illuminare le genti” oscurò il cielo di scarlatto. Persino gli storici colori della città, il rosso e il bianco sparirono dall’effige cittadina e al loro posto, il nero e verde, per onorare il lutto ma anche la speranza.

Oggi come allora si piange per un destino mai del tutto scongiurato, che persino il pagano Carnevale scelse di onorare, gettando via la sua maschera.

Una memoria che il 6 aprile del 2009 si è riaffacciata con la stessa insolente crudeltà, quasi irridendo quella fede, una palma di ulivo per la Pace, che ancora adesso, a pochi giorni dalla Pasqua, vorrebbe risorgere.

Ancora una volta rialzarsi, dalle macerie dell’indifferenza, che un antico dolore non vuole, non può perdonare.

CIALENTE: ”REAGIRE RICORDANDO QUEI MORTI”

“Spero che ricordando quel dolore e quei morti, la città sappia qualitativamente reagire come allora solo che in tempi molto più rapidi, a partire dal 2013”.

Così il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, ha commentato la ricorrenza del terremoto del 2 febbraio del 1703, a 310 anni dal tragico sisma che rase al suolo il capoluogo facendo circa 6 mila vittime, di cui 2.500 all’Aquila e il resto nel territorio circostante.

“Rispetto a quello che era un ricordo che ogni anno passava un po’ sfumato nel tempo dopo la scossa del 2009 – ha continuato – è diventata ricorrenza più sentita. Alla luce dei 310 anni é ancora più viva”.

La scossa di 310 anni fa arrivò intorno a mezzogiorno con una magnitudo di 6,7: anche in quella circostanza il terremoto fu introdotto da uno sciame sismico che cominciò a interessare gran parte dell’Abruzzo aquilano e dopo alcune settimane di quiete, la forte scossa del 14 gennaio 1703 nella zona tra Amatrice e Montereale fu solo il drammatico anticipo, il più forte mai registrato, di quello che sarebbe poi accaduto; il bilancio a Montereale fu di oltre 800 morti, con moltissimi crolli in molti paesi del Reatino.