L’AQUILA – Nessuna processione, nessuna celebrazione, niente ulivo da portare a casa quest’anno: Non si può andare a messa in questa Domenica delle Palme, una giornata segnata dal dolore per tutte le persone che hanno perso la vita a causa del Coronavirus, una giornata di preghiera per tutti i cittadini che stanno lottando nelle terapie intensive di tutt’Italia, una giornata di speranza all’insegna dei valori cardine della fede e della chiesa cristiana.
L’importante festa religiosa si vive in casa con le dirette televisive. La crisi del Coronavirus ha stimolato una reazione sociale, informativa e sanitaria senza precedenti.
Si stanno riscoprendo nuovi modi di relazionarsi, di svolgere i compiti ordinari, di vivere una normalità diversa.
Anche la vita cristiana ha dovuto adeguarsi a queste difficili circostanze.
Come riporta Aleteia, le misure particolari messe in campo in questa emergenza sanitaria senza precedenti, sono un’occasione per ricordare alcune verità di fede: la presenza di Cristo nell’Eucaristia, la differenza tra il dovere di santificare le feste e il precetto domenicale, l’origine storica della preghiera del rosario, il valore della fisicità nei sacramenti, la verità della Comunione dei Santi.
Inoltre, non potendo assistere ai sacramenti e ad altri atti liturgici si sta riscoprendo il valore delle celebrazioni liturgiche.
Obbligati a vivere in rete aumenta il senso di appartenenza a una grande comunità. Si condividono volentieri attraverso WhatsApp preghiere contro l’epidemia, si prega insieme, si esprime il dolore per i malati, ci si stringe attorno ai pastori, si cerca la guida e lo stimolo di Papa Francesco, offrendo conforto a chi è stato colpito dal virus o a quelli che soffrono la solitudine.
Le difficoltà pesano di meno quando sentiamo, grazie a internet, la presenza degli altri e molte persone hanno riscoperto la propria fede, proprio grazie a questo momento con sé stessi, che è anche unione intima con il Signore.
Sui social molte persone, dapprima rassegnate alla quarantena obbligatoria, hanno ammesso di aver apprezzato questi giorni chiusi in casa, in cui hanno riscoperto l’importanza delle piccole cose, dei gesti spontanei e il valore delle persone, della relazione umana e anche di quella tra Dio e l’uomo, il rapporto più forte che muove il mondo.
Una relazione potente, che a volte può arrivare per mezzo di altre persone, attraverso “una relazione, un’amicizia virtuale”.
Il significato più profondo delle persone di fede, in questo momento di sofferenza e quarantena, in fondo, potrebbe essere proprio questo: ritrovarsi in comunione con Dio, con la propria spiritualità, aiutando chiunque si sia “perso” in questi anni a ritrovare la fiducia e l’amore verso sé stessi, verso gli altri e verso Dio.
Si tratta di relazioni a cui, forse, ci si è disabituati nel tempo, complice anche una sofferenza profonda, causata da relazioni negative, da delusione e dolore.
“Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui”, queste parole della Prima Lettera di Giovanni, riportate nell’Enciclica “Deus Caritas Est” di Benedetto XVI, esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l’immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino. Inoltre, in questo stesso versetto, Giovanni ci offre per così dire una formula sintetica dell’esistenza cristiana: “Noi abbiamo riconosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto”.
E sull’eros l’enciclica precisa: “A questa forma di religione, che contrasta come potentissima tentazione con la fede nell’unico Dio, l’Antico Testamento si è opposto con massima fermezza, combattendola come perversione della religiosità. Con ciò però non ha per nulla rifiutato l’eros come tale, ma ha dichiarato guerra al suo stravolgimento distruttore, poiché la falsa divinizzazione dell’eros, che qui avviene, lo priva della sua dignità, lo disumanizza. Infatti, nel tempio, le prostitute, che devono donare l’ebbrezza del Divino, non vengono trattate come esseri umani e persone, ma servono soltanto come strumenti per suscitare la ‘pazzia divina’: in realtà, esse non sono dee, ma persone umane di cui si abusa. Per questo l’erosebbro ed indisciplinato non è ascesa, ‘estasi’ verso il Divino, ma caduta, degradazione dell’uomo. Così diventa evidente che l’eros ha bisogno di disciplina, di purificazione per donare all’uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell’esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende”.
In questo senso è importante ricordare il pensiero di Papa Francesco, espresso durante la messa per i parlametari del 28 marzo 2014: “I peccatori saranno perdonati. I corrotti no. Apritevi all’amore. Non scaricate sul popolo pesi che voi non sfiorate neppure con un dito”.
“Apritevi all’amore” dice Papa Francesco, un invito a non aver paura dei propri sentimenti, di ciò che si sente, di tutto ciò che può destabilizzare l’uomo, del resto le emozioni sono state create dal Signore per il bene di tutta l’umanità. (a.c.p.)





