L’AQUILA – Il sangue nelle vene è aquilano e tiene vivi corpo e anima. E spinge, spinge con forza in nome di una vita che dal 6 aprile 2009 è cambiata per L’Aquila e la sua gente.

Che si tratti di ‘vestire’ con un tricolore enorme ‘griffato’ ”jemo ‘nnanzi’ la torre civica di Palazzo Margherita, vecchia sede del Consiglio comunale, quando la terra sotto le terga almeno dormicchiava, oppure di portare un tal Dan Fante ‘figlio di John’ a scrivere, perché i Fante scrivono, quel cognome su corso Federico II, o ancora di inventarsi un torrone da 99 metri, 99 come il numero che ha reso grande il capoluogo abruzzese, per raccogliere fondi da destinare al restauro di una statua lignea di San Pietro Celestino, il gruppo ‘Jemo ‘nnanzi’ (‘andiamo avanti’ per i forestieri) continua, appunto, ad andare avanti.

Ed è proprio un torrone da 99 metri, ’99 metri di dolcezza’, l’ultima idea meravigliosamente folle di questo gruppo di azione civica misto per anagrafe, professioni, inclinazioni politiche e culturali degli adepti, l’ultimo colpo di genio partorito da una delle resistenze neroverdi sbocciate tra i martiri e le macerie del terremoto. Un gruppo attivo da mattina a sera, che si divide tra recuperi di pezzi d’arte, polentate invernali e chi più ne ha più ne metta.

Sintetizziamolo, quest’altro colpo da scolpire negli annali.

Serve dare un’aggiustata a una statua. E non a una statua qualsiasi. San Pietro Celestino V, dicono gli esperti sedicesimo secolo. Tra soldi sciupati e altri tagliati è dura trovare i fondi per restituire bellezza a simili opere d’arte. Allora, come si fa per andare avanti e non lasciar marcire meraviglie accumulate in secoli di storia?

“Mettiamo in vendita 99 metri di torrone Nurzia – dice ad AbruzzoWeb Cesare Ianni, uno che ‘va ‘nnanzi’ e che parla a nome di tutti quelli che ‘vanno ‘nnanzi’ – a piazza Palazzo domenica 13 gennaio, in centro storico. ’99 metri di dolcezza’, il torrone Nurzia, ossia L’Aquila del cioccolato, più la piazza del Comune e il nostro centro storico ferito, ma vivo. Dieci euro al pezzo, con il ricavato restaureremo un’altra splendida opera della nostra storia”.

Ianni sottolinea che “gli aquilani devono sentirsi parte attiva del territorio, noi di ‘jemo ‘nnanzi’ siamo un mezzo, un ‘vettore’. Apriamo varchi, ci muoviamo, non stiamo mai fermi. E lo facciamo per L’Aquila. Anche un restauro può servire a farci sentire vivi – assicura – Non è il primo, non sarà l’ultimo ‘movimento’. L’Aquila deve tornare a essere la nostra casa, il luogo in cui ognuno di noi fa di tutto per renderlo sempre più bello. Ora questa casa è un po’ in disordine, tocca a noi sgobbare e fare di più di ciò che di solito consideriamo necessario, ma sempre con forza e con gioia. Stiamo ricostruendo la città. La stiamo riportando in alto”.

“Agli aquilani dico: uniamoci, cerchiamoci, non smettiamo di proporre, di organizzare – continua Ianni – le associazioni cittadine hanno il dovere civico e morale di scambiarsi idee e di collaborare. Siamo già in tanti e lavoriamo in silenzio, da aquilani veri, per poi proporre progetti concreti che facciano il bene di tutti noi che viviamo in una città da consegnare alle future generazioni. L’Aquila ha l’occasione di diventare il faro della rinascita italiana. Può farcela. Anzi, deve. Immota Manet, ma in continuo movimento”.