L’AQUILA – “L’educazione, la cultura, i valori forti, la rielaborazione consapevole dell’esperienza” quali elementi imprescindibili per acquisire il tema dell’appartenenza. Il ruolo della scuola nell’educazione dei giovani alla conoscenza. E poi le figure simbolo della nostra nazione e cosa ci manca per essere un “Paese normale”.

In occasione dell’anniversario dei 150 anni dell’Italia unita, che sarà festeggiato ufficialmente domani, le riflessioni a tutto campo per AbruzzoWeb di Walter Cavalieri, storico contemporaneista e stimato studioso, tra le altre cose, dei “fatti aquilani” ma anche apprezzato professore di liceo.

Tanti gli eventi in tutta la regione, che raccogliamo in un’apposita sezione del sito.

Professore, se passa il gioco di parole, il 17 marzo è un giorno di festa o un giorno da festeggiare?

Come i compleanni e le ricorrenze in genere scandiscono la storia del singolo, così gli anniversari fanno parte dell’identità di un popolo. La nostra, è vero, è una nazione piuttosto “giovane”, ma sarebbe auspicabile che il 17 marzo venisse percepito come qualcosa di simile al 4 luglio per gli americani o al 14 luglio per i francesi: il principale dato memoriale capace di produrre nella comunità orgoglio positivo e solidarietà nazionale.

Dal suo osservatorio privilegiato di educatore come giudica le reazioni dei più giovani a questa ricorrenza?

Si tratta come sempre di un problema di conoscenza. Se i giovani non vengono informati su fatti e personaggi, ogni data rischia di perdere il suo senso e il suo contenuto valoriale, sia essa il 25 aprile o il 2 giugno o il 27 gennaio. Se viceversa, come in questo caso, il sistema dell’informazione e quello della formazione investono tempo e risorse sulla conoscenza, anche i più giovani si accostano alla ricorrenza non in termini retorici, ma con autentica condivisione.

La scuola ha fatto abbastanza per diffondere tra gli studenti l’importanza della festa?

Credo che la scuola pubblica, spesso deprecata persino dai vertici del governo, rappresenti l’unica istituzione capace di sostenere una lotta impari contro le svariate fonti diseducative che disperdono le intelligenze dei giovani, fonti dotate di ben altri mezzi e di ben altro appeal. Tuttavia, il lavoro silenzioso e quotidiano dell’educazione è riuscito anche in questo caso a coinvolgere gli studenti intorno al tema dell’unità nazionale. Un’infinità di corsi, progetti, conferenze hanno costruito nelle scuole di ogni ordine e grado una solida base sulla quale i futuri cittadini potranno riconoscersi come membri di una comunità coesa.

Per l’Italia si può parlare davvero di unità compiuta?

Nonostante l’attuale ondata di revisionismo, ritengo un dato acquisito che, dopo il Risorgimento, due guerre mondiali e la resistenza, la stragrande maggioranza degli italiani abbia interiorizzato il tema dell’appartenenza a un’unica bandiera e a un’unica nazione. Altro discorso riguarda lo scarso attaccamento alle istituzioni, che va tuttavia imputato piuttosto alla mediocrità della classe politica e agli eterni squilibri economici e sociali, che non alla generica mancanza di senso dello Stato da parte dei cittadini.

Cosa manca ancora all’Italia affinché si trasformi da “nazione giovane” a “nazione matura”?

Come per un individuo, non è l’età anagrafica a garantire la maturità, ne abbiamo esempi piuttosto clamorosi… La maturità si forma mediante l’educazione, la cultura, l’acquisizione di valori forti, la rielaborazione consapevole dell’esperienza. Ciò vale anche per una nazione, la cui guida politica dovrebbe elevare ad esempio l’onestà, la cura per il bene comune, la solidarietà, il prestigio delle istituzioni. Mi rendo conto che in questo senso il cammino è ancora molto lungo e che altre nazioni potrebbero offrire modelli virtuosi da seguire.

Se dovesse indicare tre personaggi esemplari che potrebbero rappresentare l’unità d’Italia anche senza andare a rintracciarli tra i “nomi noti”, chi metterebbe nel pantheon?

Se usciamo dalla triade principale dei “padri della Patria” (Cavour-Mazzini-Garibaldi), indicherei Niccolò Machiavelli, Alcide De Gasperi e Sandro Pertini. Il primo per aver teorizzato fra i primi l’unificazione, il secondo per aver gestito il Paese nel drammatico secondo dopoguerra, il terzo per aver personificato il “momento magico” dell’attaccamento dei cittadini allo Stato.

Il terremoto dell’Aquila, con il grosso impegno di volontari provenienti da tutta Italia e la grande solidarietà ricevuta, può aver dato un senso al “destino comune” nazionale e aver rappresentato un esempio per il futuro?

All’Aquila, come in altre occasioni, si pensi all’alluvione di Firenze, si è avuta riprova che gli Italiani danno il meglio della loro coesione nazionale di fronte alle più gravi avversità. Sarebbe davvero meraviglioso che “il sistema Italia” producesse gli stessi effetti nella vita quotidiana, nelle scelte d’interesse comune, nella definizione delle priorità nazionali, al di fuori della logica dell’emergenza. Ma anche per questo avremmo bisogno di diventare un Paese “normale”…

Perché in Italia manca quell’orgoglio nazionale presente, ad esempio, in Francia o gli Usa?

Per fortuna non siamo un Paese né nazionalista né razzista. Ma anche il nostro orgoglio nazionale funziona “a intermittenza”, solo in particolari occasioni, quando individuiamo “il nemico” al di fuori di noi, sia esso una squadra di calcio, una rivista straniera che ci attacca, o un Paese che ci minaccia. Sarebbe molto salutare, invece, che individuassimo e combattessimo i mali interni che ci devastano, cioè le nostre “piaghe nazionali”: soprattutto il localismo, il clientelismo e l’evasione fiscale.  

CHI E’ WALTER CAVALIERI

Nato a L’Aquila nel 1951, si è laureato in Filosofia presso l’Università degli studi di Perugia nel 1974, si è specializzato in storia contemporanea presso l’Università degli studi di Urbino nel 1979, è docente di scienze umane e storia nel Liceo scientifico dell’Aquila. È coautore del volume Società, politica e sindacato all’Aquila, fino al fascismo (Roma,1989) ed autore de L’Aquila, dall’armistizio alla Repubblica.1943-1944 (L’Aquila, 1994), L’Aquila in guerra (L’Aquila, 1997), Tre punti e una linea (Consiglio Regionale d’Abruzzo, L’Aquila, 2008), Adelchi Serena, il gerarca dimenticato (con Francesco Marrella, L’Aquila, 2010). È autore, inoltre, di numerosi articoli, saggi e contributi critici pubblicati sui varie riviste abruzzesi.

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