L’AQUILA – Fa ancora discutere, e continuerà per molto tempo ancora, la rocambolesca manifestazione degli Indignati a Roma, caratterizzata da un corteo di protesta il cui clima è stato guastato da una serie di violenze di una minoranza di black block represse dalle forze dell’ordine.
Una decina i pullman partiti dall’Abruzzo, per lo più da Pescara ma anche dall’Aquila, in quest’ultimo caso con la protesta per la ricostruzione difficile che si aggiungeva a quella per la crisi economica globale.
Qualche giorno dopo, a freddo, gli Indignati abruzzesi non rinunciano allo sdegno che ha portato alla mobilitazione europea e si rammaricano per la parentesi di violenza che ha distolto l’attenzione dalle reali motivazioni della sfilata.
Non si risparmiano critiche ai violenti, ma nemmeno alla polizia, e viene bocciato senza appello l’inasprimento delle misure di prevenzione in materia di ordine pubblico proposto da entrambi gli schieramenti della politica.
Gli Indignati non alzano comunque bandiera bianca, e promettono altre iniziative nel prossimo futuro, sperando magari che questa volta non ci siano scontri di piazza. (red)
“Inasprire le pene per i protagonisti degli scontri? Prima andrebbero inasprite quelle per i politici!”.
Giulia, 23 anni, aquilana, ha partecipato al corteo degli indignati a Roma di sabato scorso e ha le idee molto chiare sulla stretta annunciata dal ministro dell’Interno Roberto Maroni che ha portato a una maxi operazione su scala nazionale con perquisizioni anche in Abruzzo negli ambienti anarchici ed estremisti, e sulla proposta del leader dell’Italia dei valori, Antonio Di Pietro, di ripristinare la legge Reale, che prevede arresti e fermi obbligatori e riti direttissimi con pene esemplari.
“Quello che fanno i politici è grave – dice la giovane aquilana con fermezza – bisogna pensare a punire loro, prima che le persone incazzate che hanno manifestato a Roma”.
Sulle responsabilità degli scontri, secondo Giulia l’informazione passata attraverso i media è stata caratterizzata da troppe generalizzazioni. “I telegiornali parlano di black block come di gente che viene dai centri sociali – dichiara – ma non è così. Tra loro ci sono persone di ogni genere, estremisti anche di destra. Una persona di sinistra non incendierebbe mai la macchina di una persona che non c’entra nulla”.
Ma si può giustificare la violenza? “Alla violenza mirata sono favorevole – spiega – Distruggere una macchina o una statua è orripilante, ma una banca l’avrei distrutta volentieri anche io. È il simbolo di un sistema che ci sta schiacciando”.
Molto più moderata la posizione di Sara, partita sabato con uno dei due autobus organizzati nel capoluogo per sfilare insieme agli indignati di tutta Italia. “Sono felice che ci fossero tanti aquilani al corteo – commenta – Abbiamo avuto la possibilità di portare le nostre istanze e far sentire la voce di un territorio che tra poco sarà il più tassato d’Italia”.
Sara punta l’attenzione sul bicchiere mezzo pieno, raccontando di aver vissuto un corteo tranquillo “almeno fino a piazza San Giovanni, dove è successo quello che tutti sanno. Eravamo in testa al corteo – ricorda – precisamente nel terzo spezzone, e abbiamo sfilato in maniera pacifica per la maggior parte del tempo. Una manifestazione bella, colorata di nero e verde, i colori della nostra città”.
Sugli scontri, le violenze, colpe e responsabilità, preferisce invece non esprimersi. “Non me la sento di dire che la colpa è di uno o dell’altro – dichiara – La situazione non è affatto semplice e le responsabilità, secondo me, sono tante e diffuse”.
Sono sempre più indignati gli “Indignados” pescaresi.
L’adrenalina ormai è scesa ma non si placa la rabbia per essere tornati a casa “a bocca asciutta” senza aver potuto portare a termine la loro manifestazione per via delle violenze.
Sono tanti i ragazzi che lo scorso sabato sono partiti da Pescara alla volta di Roma. Nei bus, in tutto sette, avevano caricato striscioni, cartelloni, costumi di ogni genere, trombette, fischietti e parrucche colorate.
I loro strumenti, le loro “armi”, per esprimere l’indignazione nei confronti di una crisi economica che sta togliendo tanto a tanti.
“Siamo arrivati a Roma e ci siamo trovati davanti una folla imponente, colorata e pacifica”, racconta ad AbruzzoWeb Corrado Di Sante, segretario di Rifondazione comunista e tra i referenti pescaresi del coordinamento della Rete 15 ottobre.
Purtroppo questo spettacolo è durato poco, a causa di gruppi di violenti che hanno espropriato i manifestanti della serenità della loro protesta.
Il sentore che a Roma sarebbe successo qualcosa di brutto c’era già da alcuni giorni, ammetto gli organizzatori che, proprio per questo, non si sono fatti trovare impreparati.
“Naturalmente abbiamo preparato i partecipanti – continua Di Sante – soprattutto perché tra di loro c’erano tanti studenti liceali e ragazzi alla loro prima manifestazione. Abbiamo detto loro di rimanere in un punto preciso del corteo e di tornare indietro se fosse successo qualcosa”.
Nessuno dei manifestanti partiti da Pescara è rimasto coinvolto negli scontri, quantomeno non in maniera grave.
“È facile in queste situazioni essere coinvolti, nella mischia non si fa troppa distinzione tra manifestanti violenti e pacifici, si mescola tutto”, afferma l’organizzatore.
Molti ragazzi raccontano di camionette delle forze dell’ordine che sfrecciavano ad altissima velocità tra i manifestanti, o di partecipanti “pacifici” che hanno iniziato anche loro a lanciare le pietre.
Sulla rete, poi, girano commenti di ogni sorta, soprattutto da parte di chi accusa le forze dell’ordine di non aver fatto distinzione tra manifestanti e black block.
“Una cosa è certa, molte immagini che si trovano su Internet andrebbero contestualizzate per capirne appieno il senso”, sostiene Di Sante su questo aspetto.
Se i manifestanti sono arrivati preparati a Roma, un po’meno organizzati sono sembrati i poliziotti.
Qualcuno parla di un atteggiamento di difesa da parte delle forze dell’ordine, forse un po’ remissivo nei confronti dei violenti.
Probabilmente sarà stato l’effetto della paura di una nuova-Genova, forse l’espressione di un disagio degli stessi poliziotti, vittime anche loro della crisi.
“A essere organizzati erano organizzati – spiega Di Sante – Fondamentalmente si erano preparati a coprire gli obiettivi sensibili come il Parlamento e i palazzi del potere”.
Obiettivi considerati sin dall’inizio inaccessibili, con buona pace dei manifestanti italiani, gli unici in Europa a cui non è stato possibile raggiungere il Parlamento.
In fatto di organizzazione, agli occhi dei coordinatori pescaresi, chi si è fatta cogliere impreparata è stata soprattutto la Digos, che proprio in questi giorni sta indagando anche in Abruzzo sui responsabili delle devastazioni romane.
“Mi sembra impossibile – sostiene Daniela Santroni dell’associazione Movimentazioni – che la Digos non sapesse niente di questa gente che da mesi stava preparando una vera e propria guerriglia urbana”.
Con le indagini che coinvolgono anche una provincia abruzzese viene spontaneo pensare a possibili black block anche in altre province.
“Per quanto riguarda Pescara – continua la Santroni – non credo che ci siano ragazzi coinvolti, per lo meno non tra quelli che frequentano i movimenti, tuttavia non esiterei a pensare alle curve degli stadi come una possibile palestra di addestramento”.
L’ex consigliere regionale di Rifondazione afferma di aver visto a Roma ragazzini che facevano la guerriglia come se fosse il loro “pane quotidiano”. “Quali potrebbero essere oggi, se non gli stadi, le sedi di iniziazione a simili pratiche?”, conclude?
Della giornata di sabato restano tante testimonianze e tante immagini, tante parole e tante opinioni.
Una cosa su tutte, però, pervade i cuori e gli animi degli Indignati pescaresi, la rabbia e il rammarico per non aver potuto concludere la loro protesta.
Ma la mobilitazione non finisce qui. “Il 15 ottobre è stato solo l’inizio”, conclude Di Sante.
Gli indignados non si fermano e stanno già mettendo a punto le loro strategie. Nei prossimi giorni saranno organizzate assemblee e incontri pubblici.
È la risposta a un bisogno di certezze e a una voglia di democrazia che è più forte di ogni violenza.




