L’AQUILA – Venivano ammassati in uno stanzone, ben 25 posti letto in un unico ambiente e un solo bagno.
È questo lo status alloggiativo a cui erano costretti gli operai che dalla Campania venivano a lavorare all’Aquila, condizioni che “venivano volutamente determinate dai Di Tella per massimizzare il loro profitto ed esercitare maggior controllo sulla forza lavoro”.
È quanto scrive il gip nell’ordinanza sull’inchiesta “Dirty job” coordinata dalla direzione distrettuale antimafia dell’Abruzzo, incentrata sull’accusa di contiguità al clan dei Casalesi per massimizzare i profitti nei milionari appalti della cosiddetta ricostruzione privata.
Un’inchiesta che ha portato all’arresto di sette imprenditori: ai domiciliari sono finiti Elio Gizzi e i fratelli Dino e Marino Serpetti, in carcere ci sono invece Alfonso Di Tella e i figli Cipriano e Domenico, e Michele Bianchini.
Delle condizioni in cui vivevano gli operai, costretti a ridare metà dello stipendio scritto sulla busta paga, “erano ben a conoscenza gli imprenditori aquilani compiacenti”, scrive ancora il gip.
Gli operai erano costretti anche a viaggiare in condizioni difficili per recarsi a lavoro nei cantieri.
“Per comprendere pienamente il livello di strumentalizzazione della manodopera – annota il gip – è da ricordare l’episodio accaduto a un operaio il quale, non trovando posto nel furgone già pieno di operai, veniva costretto a usufruire di un giorno di ferie non retribuito”.
Dalle carte dell’inchiesta si evince anche che i Di Tella si vantavano di poter contare su amicizie tra le forze dell’ordine, in particolare per avere informazioni. In particolare, tentavano di carpire notizie sullo svolgimento di attività di indagine. Affermazioni queste tutte da dimostrare.
Intanto sono stati fissati per giovedì prossimo alle ore 15 gli interrogatori di garanzia davanti al gip per i tre imprenditori finiti ai domiciliari.
I quattro imprenditori in carcere si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.





