L’AQUILA – “Ci muovevamo in mezzo alla nebbia, in alcuni momenti senza capire se stavamo salendo o scendendo per quanta poca visibilità ci fosse”.

Racconta così le condizioni di Monte Cefalone del 24 gennaio dello scorso anno il luogotenente Paolo Passalacqua, comandante della stazione del soccorso alpino della Guardia di Finanza dell’Aquila, che insieme a due colleghi detiene “il triste primato” di essere stato il primo a giungere sul posto dove l’elicottero del 118 si era schiantato causando la morte dei sei passeggeri, il pilota Gianmarco Zavoli e il tecnico di volo Mario Matrella, il medico Walter Bucci, l’infermiere Giuseppe Serpetti, il tecnico del Soccorso alpino Davide De Carolis e lo sciatore ferito che era appena stato recuperato a Campo Felice, Ettore Palanca.

“In quei giorni c’era il gran trambusto per l’emergenza neve, per il terremoto che aveva colpito soprattutto Campotosto e per la valanga che aveva travolto l’hotel Rigopiano – ricorda Passalacqua ad AbruzzoWeb – il 24 era una giornata di maltempo, ricordo benissimo che ero in ufficio e avevo parlato coi miei superiori per organizzare la disponibilità di personale visto che molti colleghi soprattutto di Roccaraso erano ancora impegnati a Penne, dove facevano base per Rigopiano, quando fui chiamato dal nostro ufficiale che si trovava in prefettura nel tavolo interforze che coordinava le emergeneze di quei giorni e arrivò la notizia che si erano persi i contatti con un elicottero a Campo Felice”.

“Come sempre in questi casi, le notizie erano molto frammentarie”, racconta Passalacqua, “arrivavano diverse conferme ma non si sapeva nulla di preciso, telefonai alla stazione sciistica e mi confermarono che l’elciottero si era rialzato in volo con il ferito a bordo e anche lì c’erano voci insistenti di un incidente ma nessuno sapeva nulla, chiamai il 118 e non essendo rientrato l’elicottero decidemmo di uscire subito”.

“C’erano problemi di visibilità, era tutto da decifrare, quindi feci partire un’auto che da L’Aquila attraverso Lucoli raggiungeva Campo Felice, e con un altro mezzo attraverso l’autostrada andammo direttamente sulla piana uscendo dal casello di Tornimparte – continua il soccorritore – proprio mentre arrivammo sulla piana, nei pressi dell’incrocio per il rifugio Alantino, in un attimo di miglioramento della visibilità vedemmo un punto in cui il candore della neve era interrotto, in questo modo individuammo il punto dell’impatto, i banchi di nebbia ricoprirono subito tutto ma lo avevamo individuato”.

Passalacqua spiega come Monte Cefalone sia “un pendio uniforme”, e racconta le difficoltà incontrate durante l’ascesa dovute alla scarsissima visibilità.

Fu “un fortissimo odore di carburante, che mi ha dato fastidio per una settimana, a farci capire che eravamo vicini al relitto”, racconta.

Ma nonostante questo, “non riuscivamo a vedere dove stava questo benedeto relitto, era una cosa impressionante, finché non ci siamo trovati in mezzo ai resti, quando me ne accorsi avevo dietro di me un seggiolino e davanti la carlinga, quindi ci stavo proprio in mezzo”.

Per i soccorritori c’era ormai ben poco da fare: “Ci rendemmo subito conto di quello che era successo, perché in quei frangenti c’è poco da capire purtroppo!”.

“Il ricordo a un anno di distanza? Di quei giorni non c’è solo quell’episodio – ricorda Passalacqua – è stata una serie di eventi tragici, dalle scosse che hanno colpito soprattutto Campotosto, poi Rigopiano. Due o tre giorni dopo, forse proprio per sfogare la tensione e il carico accumulato, ricordo che sono andato con gli sci da alpinismo a Valle Fredda, sul Gran Sasso. Arrivai verso le 15 a Montecristo e la cosa che mi sorprese fu guardare una natura candida con un’atmosgera stupenda con il sole. Ragionai su come la natura potesse essere così crudele e matrigna e, nel giro di poche ore, capace di regalare scorci così suggestivi”.

“A distanza di un anno purtroppo ho una sensazione di impotenza – confessa – quando siamo arrivati lì…sono cose talmente grandi che quando arrivi capisci subito che non puoi fare nulla, può sembrare un arrendersi agli eventi, ma assicuro che la percezione è questa”.

ALL’AQUILA MESSA A UN ANNO DA TRAGEDIA, ”ERANO NOSTRI AMICI”

“Sono nostri amici che hanno dimostrato un eroismo non esibito ma condiviso e di grande dedizione al dovere, penso ai quei bambini che non avranno più le carezze dei padri”, le parole di monsignor Giuseppe Petrocchi, arcivescovo metropolita dell’Aquila, nella commemorazione di stamani nella Basilica di Collemaggio dell’Aquila.

La cerimonia religiosa è stata contraddistinta da sentimenti di dolore, tristezza, preghiera e riconoscenza “per uomini che hanno perso la vita nello svolgimento del proprio dovere”. 

Tantissime le persone che hanno affollato la Basilica di Collemaggio. 

Poco dopo mezzogiorno, durante la liturgia, i nomi delle 6 vittime sono risuonati in un clima di grande commozione.

Hanno partecipato alla cerimonia il manager della Asl, Rinaldo Tordera, il direttore sanitario Teresa Colizza, il direttore del 118 Gino Bianchi (insieme a una folta rappresentanza di operatori del servizio), il sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, il prefetto, Giuseppe Linardi, il questore Antonio Maiorano, il generale Michele Sirimarco, comandante dei carabinieri di Abruzzo e Molise, e la senatrice del Pd Stefania Pezzopane. 

Durante la funzione si è esibito il coro degli alpini di Atri (Teramo), il cui canto ha toccato gli animi con accenti di grande solennità  e mestizia. 

Il manager della Asl ha letto i messaggi di sentita partecipazione inviati dal sindaco di Foggia, Franco Landella, e del presidente della regione Puglia, Michele Emiliano, che hanno voluto ricordare una vittima della loro terra, Mario Matrella, originario  di Foggia. 

Lo stesso Tordera ha letto il messaggio del presidente della Regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, impossibilitato a intervenire per impegni istituzionali, nel quale il governatore ha voluto esprimere “la personale vicinanza e quella della Regione e dare un abbraccio ai familiari delle vittime con affetto e gratitudine”.