L’AQUILA – Nell’estate del 1963 il Napoli Calcio venne in ritiro all’Aquila.

La squadra partenopea era scivolata in serie B e per preparare la stagione del rilancio fu scelto il capoluogo d’Abruzzo.

I motivi? Molto semplici. L’aria e le attrezzature sportive e alberghiere davano la massima garanzia.

Il Comunale, dal tappeto verde rimesso a nuovo, e con Luigi, il custode, sempre pronto a sistemare ogni problema logistico, e il Grande Albergo di Troiani, con tutti i comfort dell’epoca, erano valide garanzie per realizzare il programma della società azzurra.

La preparazione fu svolta con alta professionalità dal tecnico Bruno Pesaola, detto Il Petisso, che ebbe modo di verificare i frutti del suo lavoro preparatorio nel corso del campionato. Il Napoli, infatti, vinse il torneo cadetto e tornò subito nella massima serie nazionale.

Che decise, allora, il presidente Fiore con l’allora general manager Ingarani? Sentito il Petisso, che aveva chiesto notizie all’allora presidente rossoblù Ubaldo Lopardi e al tecnico Collesi, si decise di tornare all’Aquila nuovamente.

Dopotutto la città, la tifoseria e l’ambiente sereno e cordiale avevano portato fortuna al Napoli.

Dunque, per scaramanzia, si tornò di nuovo nella città di Federico anche perché il buon Lopardi con la maestria e l’abililtà riconosciute aveva ricordato più volte alla dirigenza che L’Aquila, dopo Napoli, era stata la seconda città del Regno delle due Sicilie.

E il Napoli, a differenza dell’anno passato, si presentò con una squadra da vera serie A, avendola rinforzata con l’acquisto di Josè Altafini, Omar Sivori, Canè e altri mastini difensori.

Fu un successo in tutti i sensi. Alla fine della preparazione, che durò 20 giorni, ci fu la consueta partita amichevole tra le due squadre e L’Aquila presentò nella formazione i suoi due gioielli: Paolo Braca, prelevato dal vivavio del Giulianova, e Adriano Contestabile, che da Celano garantiva, ogni domenica, almeno un pullman di “supporter” marsicani che facevano il tifo per i colori rossoblù.

I due boys fecero un figurone e riscossero molto successo. Braca per il suo elegante palleggio e l’estrosità di mediano a tutto campo, Contestabile per il dribling secco e deciso e il tiro potente da vero bomber.

Negli spogliatoi chi scrive, essendo entrato in amicizia cordiale con il presidente Fiore e il tecnico Pesaola (ogni giorno si realizzava per il Corriere dello Sport una pagina intera sul ritiro del Napoli all’Aquila e si fecero diversi scoop, uno dei quali rimasto memorabile con Altafini che tirando un rigore sfondò(?) la rete del portiere Bandoni, già raccontato in un altro articolo di AbruzzoWeb) si permise di fare una proposta.

“Perché non li acquistate per il Napoli e così vi rinforzate ulteriormente?”. La trattativa prese l’avvio con velocità fulminea. Ma la risposta di Fiore fu questa: “Ne possiamo prendere solo uno. O Braca o Contestabile”. A quale dare la preferenza? Furono interpellati i capi della tifoseria napoletana e, come ci raccontò il collega del Corriere di Napoli Crescenzo Chiummariello, i tifosi scelsero Braca.

Il motivo? Semplicemente perché il suo cognome, bisillabo, si poteva facilmente gridare, mentre quello di Contestabile, polisillabo, era di difficile trasmissione. E così Braca passò a vestire la maglia del Napoli in serie A, segnò anche alcuni gol e si distinse per modestia e alto rendimento, la sua carriera ne fa ampia testimonianza.

A Contestabile restò un’altra strada, altrettanto prestigiosa. Andò al Catania in B e anche lui mise in mostra il suo talento e la sua bravura. L’Aquila perse così per una cifra non molto elevata per quei tempi i suoi due gioielli.

Del resto per giocare in serie C, divisa  allora, in tre gironi, Nord, Centro e Sud (L’Aquila vi militò dal 1959 al 1969) l’unica politica che mise in atto con successo l’allora presidente Euro Barattelli con il segretario Ugo Colagrande fu questa: scovare i talenti giovani, inserirli in prima squadra con un ottimo allenatore, valorizzarli e poi rivenderli per poter disputare il campionato successivo.

Una politica che, oggi, nel calcio italiano è stata dimenticata ma che fa riflettere molto al fine di poter tornare a questa strategia.

A Coverciano, in quel tempo, Artemio Franchi, futuro presidente della Uefa, parlando a tutte le sociètà semiprofessioniste dell’epoca ebbe a dichiarare a tutti i presenti: “Per quanto riguarda i bilanci, copiate quelli dell’Aquila Calcio”!

La lezione è sempre valida. Basta applicare la massima che i nostri saggi nonni dicevano, “Si fa quel che si può e non quel che si vuole”.

Un principio basilare e fondamentale per non fare debiti ed evitare quella parola, crisi, che in questi tempi ha fatto perdere il sonno a tante persone.