L’AQUILA – “Ci vogliono molti anni per diventare giovane”. È con questa citazione di Jean Coucteau che esordisce “il Guru”, alias Enrico Di Paolo, mentre sorseggiamo un drink propedeutico all’intervista.

Ora vive a Pescara, è di passaggio all’Aquila, per lavoro, dove si appresta a fare una delle sue serate di musica.

È indubbiamente un pezzo di storia della città: 52 anni, da 35 anni a produrre “cultura musicale”, Enrico Di Paolo è certamente il maggior dj aquilano, di livello nazionale, uno che ha fatto concerti in Italia e fuori, suonando al fianco di big, “su tutte – ricorda – la tournè con James Brown”.

Con il Guru immaginiamo un viaggio virtuale, quasi per gioco, da fine anni ’70 a oggi, una scansione per fasi temporali.

Enrico, quando hai iniziato a fare musica?

I primi passi da dj li ho mossi a Radio Roxa, era la radio del Movimento sociale italiano. Stavamo dentro la sede del partito a via Indipendenza, all’Aquila. Ricordo persino un giovanissimo Gianfranco Giuliante in sezione. Fu un’esperienza originale e primordiale, era il tempo delle prime radio a frequenze libere in Italia. Suonavo poi al “Conutry Club” a San Nicandro, frazione di Prata D’Ansidonia, a Palazzo Baroni Cappa, che era l’unico locale nella periferia del contado aquilano.

Chi furono i tuoi maestri del mestiere?

Danilo Mazzitti anzitutto, fu lui ad insegnarmi le basi del mestiere. Poi c’erano Walter Musicò, “nomen omen”, e Paolo Micioni, tutti e due grandi dj.

A fine anni ’70, dove si ballava all’Aquila?

C’era anzitutto il “Koala”, prima ex “Nais”, a Viale Nizza, vicino l’ex ospedale San Salvatore. Si faceva musica dal vivo, Antonio Centi, l’ex sindaco dell’Aquila, suonava la batteria, ed era molto bravo. Come era mitico alla batteria il compianto Enrico Gianforte, detto “Jeff”.

Grandi serate si facevano alla piscina comunale, dove sono passati artisti del calibro di Ornella Vanoni, Mina, Gino Paoli, Patty Pravo, Riccardo Cocciante, Mal. All’Aquila passava il meglio della musica italiana del tempo.

Che tipo di pubblico c’era in quelle mitiche serate?

Non c’era una élite come si potrebbe magari pensare, all’Aquila c’era un pubblico medio borghese, per certi versi  pure “finto borghese”: tutto sommato c’era una accessibilità abbastanza diffusa agli eventi.

E veniamo agli anni ’80… quelli delle vacche grasse.

Nel 1985 incontro Gianni Palma, detto “Brivido”, altro calibro da novanta del fare musica in città. Fu il primo a indossare abiti luccianti, faceva il panico. Fummo i precursori della “cosmic music” e della “funky music”. Nasce in quegli anni la discoteca “Studio 81”. Ero assieme a Ciccio Manieri, che prima gestiva un locale da ballo alle Cannelle. Poi, a fine anni ’80, arriva il Roxy, e sai perché si chiama così?

Tiro ad indovinare, per quello che mi hai appena detto: c’entra Radio Roxa…

Esatto, fu una mia reminiscenza, proprio da Radio Roxa, niente di politico ovviamente, solo un nome che per me significava una esperienza… C’ero io, c’erano Fausto Tatone, Lucio Paolucci.

E poi nasce lo “Squeak”, altra mitica creatura anni ’80.

Lo “Squeak” era la disco per eccellenza: fu una rivoluzione in città, un esperimento vero di cultura connessa alla musica. L’isipirazione della location nasceva dalla “factory” di Andy Wharol, c’erano disegnati sulle pareti gli “omini” di Keith Haring. Si intrecciavano paesia, arte, cultura… e pure qualche canna, diciamocelo in tranquillità. Ricordo che nei primi anni di apertura passò a  suonare un giovanissimo e semi sconosciuto Piero Pelù, leader dei Litfiba. E artisti quali Diaframma, e il grande Joe Galullo, jazzista.

E veniamo al decennio dei ‘90.

A inizio anni ’90 il Roxy implode. Fu colpa nostra, dei gestori: puntammo sul privè, sull’alcantara, sulla bottiglia costosa… e sai che ci disse il pubblico aquilano? Cari signori, ma andatevene aff… e così il locale andò in crisi irreversibile. Non era tarato per l’utenza cittadina, che predilige due elementi: accessibilità di base ed elementi culturali per chi li può e sa cogliere. I miei soci mollarono, io ne esco con un buco da 600 milioni delle vecchie lire.

E che facesti allora?

E allora mai mollare. Ci facevamo la guerra con il “Mythos”, l’evoluzione ridenominata dello “Squeak”, ma poi decidemmo di allearci. In pratica facemmo cartello assieme a Marco Di Sabbato, Berardino Del Tosto e Antonello Gasbarro, e così risalgo la china, avevamo il monoplio della notte aquilana, i soldi giravano. Al “Mythos” sono passati tutti i dj più noti, Fiorello, Datura, Albertino, Coccoluto, Fargetta. Poi, nel 1994, anno in cui sfiorammo i mondiali, arriva il colpo di genio…

Sarebbe a dire?

Il “Cica Cica Boom”, discoteca all’aperto a Centi Coltella: 120 mila presenze in quaranta giorni d’estate, punte da 6 mila persone a serata. Assieme a Jeff e Mauro Zaffiri durammo tre anni, poi i gestori dei bar del centro storico insorsero, gli avevamo svuotato i locali. E così non ci fecero andare avanti.

E siamo arrivati, nella nostra chiacchierata temporizzata, al Duemila.

Nel 2000 accade un effetto sociologico: la tazza in centro crepa la disco, arriva l’aperitivo lungo, inizia quella che viene definita la movida aquilana, incentrata sulla grossa mole degli universitari. E per me c’è pure una brutta avventura: vengo arrestato con accusa di spaccio di droga, dieci anni per dimostrare la mia innocenza. Io spaccio semmai musica e basta, il resto attiene al mio vivere privato, e non è reato vivere a modo proprio, in uno stato democratico “di diritto”. Solo nelle dittature vengono vietati gli alcolici, chiusi i locali, e si va in carcere se usi stupefacenti!

Oggi vivi a Pescara, continui a girare l’Italia e il mondo a mettere dischi, non molli.

Ho fatto serate nel 2001 a Johannesburg, in Sud Africa davanti a 80 mila persone al Conquest of Millennium. Sono stato premiato come maggior esponente di easy jazz. Mi sono inventato la musica dal vivo alle sfilate di moda, ho suonato alle sfilate di Fendi, a Parigi, a Saint Tropez. Faccio serate in giro, mi muovo. A Roma suono all’”Alfeus”, faccio il “Mucca assassina”, sono amico dell’onorevole Vladimiro Guadagno, in arte Luxuria, che non disdegnerebbe di “conoscermi meglio”, ma ho rifiutato.

E veniamo alle 3 e 32 del 6 aprile 2009.

Quando ripenso al terremoto, capisco perché ci fanno studiare Foscolo a scuola: il travaglio di lasciare i luoghi della vita, senza rivederli come erano, la perdita del ricordo. Oggi manca all’Aquila l’agorà, il luogo di aggregazione culturale e sociale. E non c’è neppure la cultura del divertimento. Non c’è mai stata la mentalità per un night vero e di qualità in città, purtroppo c’è prostituzione clandestina. Io sono aquilano, orgogliosamente aquilano: ho amato e amo questa città, i luoghi, i rumori, i colori neroverdi con i quali ho vinto lo scudetto under 19, giocavo come pilone. Non voglio perdere la speranza della rinascita, ma è ora che la politica smetta di fare solo politica, ed inizi a risolvere i veri problemi.

Chi può essere un dj tuo erede, sulla tua scia?

Senza dubbio Christian Di Palma, giovane dj emergente in città. Ha talento vero… e mi somiglia pure fisicamente.

Ultima domanda: ma perché ti chiamano il Guru?

Fu una giornalista del Messaggero a definirmi così, in una recensione sull’estate pescarese. E da allora è rimasto.

Enrico Di Paolo è un fiume di storie e ricordi, ci sarebbe voluta un’intervista a puntate per dirci tutto. Quando ci abbracciamo per salutarci, vedo i suoi occhi lucidi, quasi commosso per questo navigare nel mare di ricordi. Frammenti di vita non solo di Enrico, ma di intere generazioni aquilane.

Grazie per tutto, Guru.