L’AQUILA – “C’era una L’Aquila in ogni angolo del Paese, un’area enorme, una devastazione così grande non l’ho mai vista da inviato e mi ha sconvolto. Il dolore è lo stesso ma lì non c’era una persona che non fosse stata colpita dal terremoto”.
Nel racconto a tratti crudo ma sempre lucido di un cronista inviato sul luogo della tragedia, tutte le contrastanti ed intense emozioni vissute da Domenico Palesse, 48enne di Sulmona, responsabile Ansa Abruzzo e Molise da agosto 2025, giornalista dall’età di 14 anni, con una lunga carriera alle spalle, arrivato con un gruppo di colleghi in Venezuela due giorni dopo il devastante terremoto dello scorso 24 giugno, costato la vita a quasi 4mila persone, un bilancio ancora non definitivo e che purtroppo continua ad aggiornarsi quotidianamente.
“Questa tragedia, che non dimenticherò mai, è inziata mentre festeggiavo il mio compleanno, sono stato chiamato, mi hanno detto ‘Parti’ e sono partito. La trasferta in Venezuela è stata sicuramente una delle più complesse della mia carriera – dice subito nel corso di un’intervista ad AbruzzoWeb – Mi sono trovato in un Paese completamente devastato, in particolar modo a La Guaira, tra le altre cose meta turistica per molti da Caracas: impressionante guardare palazzi, resort, abitazioni completamente collassate su loro stessi”.
“È stata una delle esperienze lavorative più segnanti, eppure ho avuto la possibilità di viaggiare tanto con l’Ansa, sono stato in Medio Oriente, in Africa, ho vissuto diverse esperienze anche da zone di guerra. Ma questa, emozionalmente – sottolinea -, posso dire che è sicuramente quella che mi ha toccato di più, perché ovunque sei, sei sempre a contatto col dolore delle persone”.
Inevitabile il ricordo della tragedia che ha colpito L’Aquila il 6 aprile del 2009, costato la vita a 309 persone: “Qui le dimensioni sono completamente diverse. Un’analogia che ho avvertito rispetto all’Aquila è sicuramente il silenzio assordante. Quel silenzio che segue i primi attimi dopo il terremoto, è un qualcosa che ti lascia sgomento, perché non avverti niente, avverti i rumori dei tuoi passi sui sassi, sulle macerie, nei luoghi dove cammini. Sei tu con la tragedia”.
Poi l’incontro con gli abruzzesi in Venezuela: “Nel team dei Vigili del Fuoco il logistic manager era di Francavilla al Mare, per cui ci siamo subito trovati perfettamente in sintonia, e poi c’è una grandissima comunità di abruzzesi, una delle più grandi di Caracas. Ci hanno aiutato in tantissimi italiani, in particolare il consigliere della Farnesina, Antonio Iachini, ci ha dato una mano gigantesca e lo voglio ringraziare pubblicamente. Mi sono anche messo in contatto con l’associazione abruzzesi in Venezuela, che ci ha raccontato il momento di dramma vissuto dalla nostra comunità e come si stavano dando da fare aiutando nei soccorsi”.
“Una delle cose che mi ha un po’ più stupito è anche in qualche misura all’abitudine all’orrore – osserva – Le macerie erano davvero ovunque, detriti, macerie, sassi, strade aperte, piscine sospese sui dirupi in maniera inusuale e inaspettata. Il dolore si percepisce nell’aria e nei volti delle persone. Chiunque, nei posti che ho visitato, da Caracas a La Guaira, aveva qualcuno sepolto sotto le macerie. Sì, vista dall’Italia, si percepisce la misura della tragedia immane, ma poi, da vicino, parlando con le persone, guardandole negli occhi, ci si rende conto dell’immensità del dolore che stanno vivendo quelle popolazioni”.
Tra i momenti più toccanti, racconta, “vedere l’ex complesso industriale Los Silos, nel porto di La Guaira, diventare un obitorio a cielo aperto. Quello che fa male è che quel posto, fino a poco tempo prima, era stato ripensato come un’opera d’arte, avevano ridipinto i silos, c’era il tentativo di recuperare il sito. Da una nuova rinascita a un obitorio a cielo aperto dove le persone fuori facevano la fila per entrare e tentare di riconoscere i familiari. Gente oltretutto costretta a restare sotto i gazebo per ore e ore, con un odore, ahimè, nauseabondo, perché c’erano migliaia di cadaveri sepolti sotto la calce, dentro le celle frigorifere. Una delle scene che più mi porto dentro, sicuramente”.
“Ne ho anche una meno dolorosa, che conservo con affetto – racconta ancora – In quei primi giorni segnati dalla difficoltà di connessione, provare a mandare pezzi, a parlare con l’Italia, era molto complicato. E allora, uno degli ultimi giorni, non sapendo dove lavorare, abbiamo chiesto disponibilità ad una signora di La Guaira di poterci appoggiare sul tavolino fuori casa sua. Lei non solo ci ha offerto il suo tavolino, ma ci ha ospitato in casa, e ovviamente anche lei, come tutti, aveva dei parenti sotto le macerie. Era profondamente addolorata per quello che stava succedendo, piangeva, però poi a un certo punto le ho detto ‘Dai, vieni e fatti una foto con noi’. Si è messa a piangere, ci ha abbracciato, è stato un momento molto bello. È stato bello conoscerla, darle in qualche modo un sostegno”.
“Chi fa il mestiere di cronista sa di dover lavorare sempre in condizioni al limite, però in quel caso era ancora più al limite. Il Venezuela è poi un Paese molto chiuso. Basti pensare che fino a qualche settimana prima non era proprio previsto l’ingresso di giornalisti esteri, per cui abbiamo avuto questa opportunità, professionalmente e umanamente molto toccante”.
Ripercorrendo quei giorni difficili poi descrive “il grande fermento di persone che pale in mano, andavano a scavare ovunque, anzi, addirittura nei giorni in cui ero lì venivano lanciati gli appelli alle persone a rallentare con il volontariato, perché in certi casi diventava un problema. C’erano tantissime squadre da Paesi esteri, tra cui i nostri italiani”.
E poi la macchina dei soccorsi: “Coordinata e gestita dallo stadio di baseball di Caracas. Qui si dividevano i compiti in base alle squadre, quindi c’erano tutti i team delle varie nazioni a cui venivano assegnati settori e da lì si cominciava con le attività. In primis di verifica dei siti dove potenzialmente potevano esserci delle persone ancora da salvare. Quando sono arrivato stavano per scadere le canoniche 72 ore dopo le quali si pensa che sia difficile trovare persone in vita. Erano gli ultimi attimi per definire dove andare ad operare. In un caso i Vigili del Fuoco hanno dovuto rinunciare perché c’è stata una scossa molto forte che ha fatto spostare il palazzo in cui si trovavano, all’interno del quale presumibilmente c’era una donna con due figli che dava segnali di vita. Un dolore che si leggeva chiaramente negli occhi degli stessi Vigili costretti a rinunciare a quell’intervento. Indimenticabili i momenti in cui si riusciva a tirare fuori le persone, anche dopo oltre cento ore, ed è stato bellissimo, una sensazione stupenda, soprattutto quando si tratta di bambini”.
Una quotidianità lavorativa segnata dai conseguenti ostacoli logistici: “Lavorando per l’Italia, con le sei ore di flusso orario, ero impegnato praticamente tutto il giorno, non c’era riposo. Quando mi svegliavo la mattina preparavo i pezzi, mentre in Italia era notte dovevi seguire le altre attività, la cronaca, e poi pensare al giorno dopo. Ovviamente era difficilissimo spostarsi, avevamo tutti quanti più o meno un fixer che ci accompagnava per le strade, sia di Caracas che di La Guaira, dove c’erano molti checkpoint. I giornalisti internazionali erano stati accreditati, avevamo tutti un braccialetto e grazie a quello si poteva accedere nelle aree stabilite. Qualche giorno dopo il governo ha ristretto ancora di più le autorizzazioni, perché ripeto, il Venezuela non è esattamente aperto all’osservazione estera”.





