L’AQUILA – Il 2014, anno in cui ci sarà il semestre europeo di presidenza italiana, è stato decretato dall’Unione europea come anno della green economy. Ma cosa si intende con questa espressione? E perché è così importante da essere al centro della politica europea?

Il commissario europeo all’Ambiente, Janez Potocnik, ha spiegato il perché di una scelta così importante: “dedicheremo tutto il 2014 alla green economy, per rendere la nostra un’economia circolare, che vive in armonia con la natura. Se si usano le risorse in una maniera più efficiente si po’ anche ridurre l’inquinamento dell’aria. Il riciclo dei rottami d’acciaio può ridurre l’inquinamento di questo settore dell’87%. E’ tutto collegato: la natura produce, usa e riutilizza; funziona in maniera circolare e niente viene sprecato: la green economy è  questo”.

Visto il ruolo importante che spetterà all’Italia ci si chiede: a che punto è il Bel Paese su innovazione green e rispetto dell’ambiente?

Secondo il rapporto GreenItaly 2013, stilato da Symbola e Unioncamere, l’Italia negli ultimi anni ha fatto passi da gigante.

Il rapporto sottolinea come “oggi nell’intera economia italiana, sia privata che pubblica, gli occupati ‘verdi’  sono più di 3 milioni. Accanto a questi si possono annoverare altre 3 milioni e 700 mila figure attivabili dalla green economy: occupati con le carte in regola per lavorare in settori e filiere green. Dal 2008 ad oggi, anche senza contare l’agricoltura, 328mila aziende italiane dell’industria e dei servizi con almeno un dipendente hanno investito, o lo faranno quest’anno, in tecnologie green per ridurre l’impatto ambientale e risparmiare energia: il 22% di tutte le imprese nazionali. Dalle quali quest’anno arriverà il 38% di tutte le assunzioni programmate nell’industria e nei servizi”.

Nonostante il periodo di crisi economica, quindi, molte imprese italiane hanno deciso di scommettere sulla green economy, che oggi significa, non solo rispetto dell’ambiente, ma anche maggiore competitività ed innovazione.

“Chi investe green – si legge nel rapporto – è più forte all’estero: il 42% delle imprese manifatturiere che fanno eco-investimenti esporta i propri prodotti, contro il 25,4% di quelle che non lo fanno. Perché oggi green economy significa innovazione: il 30,4% delle imprese del manifatturiero che investono in eco-efficienza ha effettuato innovazioni di prodotto o di servizi, contro il 16,8% delle imprese non investitrici. E significa redditività: il 21,1% delle imprese manifatturiere eco-investitrici ha visto crescere il proprio fatturato nel 2012, tra le non investitrici è successo solo nel 15,2% dei casi”.

Nelle imprese e nei cittadini italiani sta crescendo la consapevolezza che stili di vita costruiti sul consumo senza limiti e senza rispetto per l’ambiente non sono sostenibili nel lungo periodo.

Con il passare del tempo si sta riducendo lo spazio per i prodotti senz’anima, mentre aumentano i consumi degli oggetti con la coscienza pulita e una storia da raccontare.

Il consumo sta diventando consapevole, partecipato più che subito.

Impressionante la crescita dei prodotti locali, i famosi ‘prodotti a chilometri zero’, sempre nel report GreenItaly 2013 si legge che questi “hanno raggiunto il fatturato record di 3 miliardi di euro, con 7 milioni di italiani che fanno regolarmente acquisti nei mercati degli agricoltori: perché costa meno, e perché con la spesa si portano a casa la qualità e il rapporto tangibile col territorio”.

La green economy è, quindi, un modello economico che premia chi investe su conoscenze, nuove tecnologie, capitale umano, innovazione al contrario di  chi pensa di poter competere ancora sul costo del lavoro e sui diritti.

La green economy punta sulla qualità della vita nelle città e nelle abitazioni, prevede ristrutturazioni che puntano all’eco-efficienza, al risparmio e ad un maggiore confort.

Questo nuovo modello economico sembra fatto su misura per un paese come l’Italia, in cui cose come la creatività, l’intelligenza e la bellezza non sono mai mancate.

Il rapporto sottolinea come “l’Italia non è una delle vittime della globalizzazione, anzi: ha profondamente modificato la sua specializzazione internazionale, modernizzandola e sincronizzandola con le nuove richieste dei mercati. Proprio grazie alla green economy si è saputo costruire valore aggiunto in settori – quelli tradizionali del made in Italy: il tessile-abbigliamento, le calzature, i mobili – la concorrenza dei paesi emergenti sembrava impossibile da combattere. Sono state, inoltre, create nuove specializzazioni, come nella meccanica – oggi di gran lunga il settore più importante per surplus commerciale con l’estero – nei prodotti innovativi per l’edilizia, nei mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli, nella nautica e nella chimica – farmaceutica”.

E’ l’infrastruttura immateriale che sta dando la forza al nuovo made in Italy. La green economy è quel modello che potrebbe dare all’Italia una nuova spinta, aiutandola a valorizzare la qualità dei suoi prodotti e del suo paesaggio, per renderla competitiva a livello internazionale.

Chiaramente non si devono dimenticare i tanti problemi che affliggono il Paese, né che questo non è un processo che si auto – realizzerà.

Il rapporto auspica “una politica industriale che faccia perno sulla valorizzazione dei nostri pilastri – manifattura, turismo, cultura, agricoltura – e indichi proprio nella sostenibilità la via da seguire. E con una politica fiscale che stia dalla parte della green economy: che sposti la tassazione dal lavoro verso il consumo di risorse, la produzione di rifiuti, l’inquinamento. Che incentivi la ricerca, l’ICT e l’innovazione, la formazione, l’inclusione sociale e il contributo dei giovani e delle donne alla società e all’economia italiane. Che sostenga il credito e gli investimenti per competere nell’economia reale a scapito di quelli per fare speculazione sui mercati finanziari”.

Forse la strada per la ripresa economica del Bel Paese esiste già. Ed è verde.