L’AQUILA – Schermaglie e clima molto aspro tra accusa e difesa nelle prime fasi della quinta udienza al processo alla commissione Grandi rischi, accusata di aver fornito false rassicurazioni agli aquilani, causando la morte di 309 persone che hanno ascoltato i pareri dei “dottori della Terra”, come li ha definiti un teste ricordando le parole della madre morta nel sisma.
Il giudice Marco Billi ha provato a ogni costo a tenere un atteggiamento pacato ma fermo e a mantenere la calma, riuscendoci quasi sempre.
Durante il primo interrogatorio di un altro familiare di una vittima, il vigile urbano Aldo Scimia, che ha perso la madre il 6 aprile 2009, l’avvocato dell’imputato Enzo Boschi, Marcello Melandri, ha polemizzato in modo veemente con il pubblico ministero, Fabio Picuti, che stava interrogando il teste, torchiato per oltre un’ora e mezza dalle diverse parti.
Mentre Picuti chiedeva più volte i dettagli sull’atteggiamento della madre del teste prima e dopo la contestata riunione della Cgr, Melandri è sbottato: “è la quinta volta che gli vogliamo far dire che stava fuori tutta la notte!”.
Successivamente ha di nuovo accusato il giudice: “Il problema non è la domanda, è come si fa la domanda. Non si può ripetere dieci volte! Non ci sarebbe bisogno di fare opposizione, dovrebbe pensarci lei”.
Un atteggiamento aggressivo che ha suscitato le proteste delle altre parti, in particolare dell’avvocato di parte civile Attilio Cecchini.
Billi non ha perso la calma e alla fine ha precisato. “In questa parte l’oggetto delle domande attiene al nesso causale. Parlando di persone decedute – ha sottolineato – non possono esserci risposte definite, bianco o nero, ma vanno sviscerate soprattutto da terzi, in questo caso dai parenti. Normale quindi che si rivolgano le domande ma anche che si debba scandagliare in modo attento per avere risposte giuridicamente valide. La reiterazione la ritengo ammissibile ma sono d’accordo con Melandri che la domanda può essere suggestiva a seconda di come viene fatta e quante volte viene ripetuta”.
Scimia si è anche scagliato contro l’avvocato dello Stato, Carlo Sica, che lo incalzava con domande serrate nel controesame. “Sono io quello che ho avuto dei danni, chiedo rispetto”, ha detto. “L’avvocato Sica è in controesame, può fare domande più incalzanti e anche suggestive, lo dice il codice”, ha aggiunto Billi. “Io credo che lei non abbia detto la verità e devo dimostrarlo al giudice”, ha concluso Sica.
Altro interrogatorio molto serrato, durato pure un’ora e mezza come il primo, quello a Gianfranco Di Marco, che nel sisma ha perso la madre, la sorella e il nipote nei crolli della frazione di Onna.
“Mia madre è stata ritrovata schiacciata dal materasso perché il letto si era chiuso, mia sorella e mio nipote li hanno ritrovati dal piano di sotto al piano di sopra”, ha ricordato, visibilmente provato.
Sui motivi della sua denuncia, “l’ho fatta perché siamo stati rassicurati dalla Protezione civile e dalla Grandi rischi. Mia sorella e mia madre – ha ricordato – mi dissero di aver sentito la Stati (all’epoca assessore regionale alla Protezione civile, ndr) e Barberi (presidente della Cgr, ndr) in televisione che rassicuravano sui rischi che c’erano”.
Di Marco ha fatto specifico riferimento anche a De Bernardinis che nella “famosa intervista di Colacito (direttore di Inabruzzo.com, ndr) che era un normale sciame sismico, che c’era un normale rilascio di energia. Colacito gli chiese se si poteva bere un bicchiere di Montepulciano e lui lo rassicurò”.
Nel corso dei controesami delle parti, c’è stato un passaggio intenso con il responsabile civile, l’avvocato dello Stato, Carlo Sica, che al teste ha detto: “Non si risenta, mi dispiace. Non mi veda vestito così, che difendo, e lo faccio con onore, la Protezione civile: sono un uomo, ho avuto anch’io eventi tragici, di sicuro non paragonabili ai suoi, ma ho il dovere di capire. Non capisco perché ha fatto la denuncia 10 mesi dopo il terremoto”. “Ho elaborato più tardi”, la risposta.
Anche i fratelli Marco e Fabrizio Castellano, originari della frazione aquilana di Tempera, hanno accusato la Cgr.
“Siamo stati rassicurati e abbiamo abbassato moltissimo il livello di guardia. Noi vedemmo l’intervista a De Bernardinis e giornali che dicevano che non c’era nulla da temere. Prima della riunione c’era apprensione, stavamo sul chi vive. Mia madre diceva che gli scienziati erano i ‘dottori della Terra’”, ha detto Marco Castellano.
Pieno di momenti di commozione il racconto di Guido Fioravanti, che ha perso il padre e la madre nel crollo di una palazzina a via Campo di Fossa, che ha ricordato che durante le prime dichiarazioni rese in procura disse al pm Picuti che “Il fatto che il palazzo fosse crollato era una cosa, quello che ci fossero persone dentro era un’altra. Ci sono responsabilità – ha affermato in lacrime – di quelli che si sono riuniti qualche giorno prima e ci hanno consigliato cosa fare”.
Fioravanti ha riferito che il padre non tenne conto delle presunte previsioni del tecnico Giampaolo Giuliani. “‘Figurati – le parole del padre scomparso riportate dal figlio – se do retta a questo ciarlatano di Giuliani quando sono venuti qua i massimi esperti che ci hanno detto tutt’altro e ci hanno detto che Giuliani usa tecniche obsolete che, seppur sperimentate, non hanno mai portato a nulla’. Mio padre ha detto che le nostre preoccupazioni non avevano ragione d’essere, lui ha cambiato atteggiamento”, ha concluso.
Successivamente il pm ha rinunciato alla testimonianza della sorella di Fioravanti, Federica, chiedendo di acquisire il verbale di sommarie informazioni. Dopo alcuni attimi di indecisione, le difese hanno accettato.
L’udienza è stata perciò sospesa e rinviata a mercoledì prossimo, 9 novembre, secondo il calendario già fissato.
IL PROCESSO
L’organo consultivo della presidenza del Consiglio è accusato di aver compiuto analisi superficiali e aver dato false rassicurazioni agli aquilani prima del 6 aprile 2009, causando la morte di 309 persone.
Dopo alcune schermaglie sull’ammissione di prove come i 2 minuti del film Draquila di Sabina Guzzanti, che alla fine sono stati proiettati in aula, nelle prime udienze davanti al giudice Marco Billi sono sfilati i testimoni chiamati dall’accusa, un primo gruppo delle quasi 300 persone chiamate in causa dai pm Fabio Picuti e Roberta D’Avolio.
Fino a oggi i testi, familiari e amici di vittime del sisma, hanno sottolineato che i loro congiunti, spaventati dalle scosse fino al 31 marzo di due anni fa, hanno poi cambiato atteggiamento dopo i tranquillizzanti messaggi diffusi dalla Grandi rischi dopo la riunione del 31 marzo 2009.
Una tesi rifiutata dalle difese, che annoverano principi del foro come gli avvocati Alfredo Biondi, ex ministro della Giustizia, o Marcello Melandri, già impegnato in processi come Fastweb e Gea. Tra gli avvocati di parte civile anche Giulia Bongiorno che, però, nelle prime udienze non ha partecipato di persona.
Gli imputati sono Franco Barberi, presidente vicario della commissione Grandi Rischi, Bernardo De Bernardinis (anche oggi presente in aula), già vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione civile, Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto C.a.s.e., Claudio Eva, ordinario di fisica all’Università di Genova e Mauro Dolce, direttore dell’ufficio rischio sismico di Protezione civile.
I capi di imputazione per tutti sono di omicidio colposo, disastro colposo e lesioni personali colpose.
De Bernardinis, fin qui, ha seguito tutte le udienze, quasi come lui Dolce, mentre Boschi si è visto in aula una sola volta. Il giudice Billi ha imposto un ritmo veloce al processo con un’udienza a settimana. Già fissato il calendario fino al 2012, poi si andrà avanti tutti i mercoledì. (alb.or.)
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