L’AQUILA – “La sentenza di primo grado è totalmente infondata su tutti gli aspetti, parte da un presupposto sbagliato”.

Una bocciatura totale all’operato del tribunale dell’Aquila, quella espressa dall’avvocato Alessandra Stefano, primo difensore dei 7 imputati del processo d’Appello alla commissione Grandi rischi a prendere la parola questa mattina in aula, in occasione della terza udienza.

Dopo quasi 3 ore di intervento, ha chiesto l’assoluzione per insussistenza del fatto oppure per non averlo commesso e il rigetto dell’appello del pm che chiede la condanna per un caso di morte in più rispetto al primo grado.

La Stefano, che assiste Claudio Eva dopo aver difeso in primo grado Gian Michele Calvi, ha criticato pesantemente e più volte la posizione dell’ex assessore regionale alla Protezione civile Daniela Stati, indagata e poi archiviata in un procedimento connesso al filone principale dopo una telefonata intercettata con l’ex capo della Protezione civile Guido Bertolaso e che è stata tra i testimoni dell’accusa nel processo di primo grado.

Contestata in particolare proprio quella deposizione. “La Stati aveva una coda di paglia stratosferica. Ha dichiarato una serie di cose strampalate e false e si è ben guardata dal raccontare della telefonata intercettata – ha attaccato l’avvocato difensore – Mente spudoratamente sapendo di mentire sulla convocazione della riunione, dice che l’aveva contattata lei per non dire che le aveva telefonato Bertolaso. Nessuno, men che meno lei, immaginava che sarebbe venuta fuori quella intercettazione”.

Anche per Bertolaso serie recriminazioni: “Da indagato in procedimento connesso si è guardato bene di assumersi la responsabilità della mancata informazione, che atteneva alla Protezione civile, gettandola invece alla commissione”.

Quanto alla Stati, inoltre, avrebbe narrato “che erano previsti già piani di evacuazione, di emergenza, cose se non allarmanti certo non rassicuranti. Se il messaggio in sede di riunione fosse stato rassicurante, che senso avrebbero avuto questi riferimenti?”.

“Dopo il 31 marzo ha fatto una riunione operativa per tenersi pronti perché poteva succedere qualcosa – ha aggiunto ancora – Nessuno ha mai detto che non sarebbe successo nulla, è una leggenda metropolitana e ce ne sono troppe in questo processo”.

Tra i passaggi citati anche l’intervista a uno degli imputati, Bernardo De Bernardinis, fatta prima della riunione dal giornalista di Inabruzzo Gianfranco Colacito, tra i documenti chiave del processo, quella del “bicchiere di vino” da bere invece di preoccuparsi delle scosse che ha fatto gridare alla rassicurazione.

La Stefano ha ricordato come l’intervista fosse stata svolta prima della riunione con il tentativo da parte del cronista di farla passare per svolta dopo, negato da De Bernardinis.

“La maggior parte dei testimoni ha fatto riferimento come motivo che li avrebbe indotti ad abbandonare comportamenti tradizionali a quella frase – ha ricordato il difensore – Tutti l’hanno percepito come esito della riunione. Veniva trasmessa solo la frase non c’è pericolo, ma non era quello che era stato detto”, anche perché “in un’intervista successiva alla riunione De Bernardinis non fa alcun riferimento a scarico di energia o situazioni rassicuranti”.

Ancora sulla Stati, l’avvocato di Eva ha evidenziato le conseguenze della frase “grazie perché mi consentite di rassicurare la gente” pronunciata nel corso della riunione.

“La Stati poteva essere rassicurata solo sull’ultimo argomento trattato, l’aspetto del gas radon. Non faccio polemica, ma è desiderio di valutare quello che è avvenuto – ha detto – Quell’affermazione della Stati viene utilizzata in sentenza 7 volte, ripetuta come un mantra ma si riferisce solo all’ultima parte”.

In avvio di arringa, l’avvocato ha fatto notare che “se anche la condotta degli imputati fosse stata insufficiente questo non basterebbe a configurare la condotta penale, perché mancherebbe il segmento del dovere di informazione – ha sottolineato – Con tutto il rispetto, il tribunale dell’Aquila non ha capito alcuni passaggi e rivendico il diritto di poter criticare la sentenza anche in modo pesante perché ha comportato conseguenze pesanti per tutti”.

L’avvocato ha sottolineato più volte che formalmente “non era la commissione Grandi rischi, ma era una riunione di esperti seri. Non erano 4 amici al bar come ha detto il procuratore generale”.

“La riunione era convocata in base al comma 10 e non al comma 9 dell’articolo 3 e in questo senso tra i compiti degli esperti non c’è alcun dovere di informazione nei confronti di chicchessia”, ha poi ribadito in riferimento alla normativa nazionale sulla Cgr.