L’AQUILA – Testa a testa tra Guido Bertolaso e l’accusa nella deposizione più attesa di tutta la prima parte del processo alla Grandi rischi.
Torchiato dai pm Roberta D’Avolio e Fabio Picuti, l’ex capo dipartimento ha chiarito punto su punto gli aspetti più delicati della telefonata intercettata con l’assessore regionale Daniela Stati, fornendo una sua interpretazione dei fatti.
Proprio quella telefonata è entrata nel processo attraverso un escamotage, visto che non poteva essere acquisita direttamente poiché scartata da un altro procedimento, l’inchiesta G8 di Perugia: Picuti ha chiesto e ottenuto l’acquisizione della trasmissione tv di La 7 Ma anche no, in cui Antonello Piroso ha intervistato proprio Bertolaso, programma in cui è stata riproposta proprio l’intercettazione.
Dopo uno scontro tra accusa e difesa su questo punto, alla fine il giudice Marco Billi ha deciso per l’acquisizione integrale, riservandosi però di volta in volta di decidere sull’utilizzabilità delle frasi estrapolate dalla trasmissione.
I PUNTI SPINOSI
LA ”OPERAZIONE MEDIATICA”
Sul fatto che la riunione dovesse essere “più un’operazione mediatica”, l’ex capo dipartimento ha risposto in due momenti diversi.
“Ovviamente – ha spiegato – intendevo un’operazione da fare attraverso i media per informare la popolazione su quello che stava accadendo, non era intesa in senso negativo o dispregiativo. Non c’era, mi pare evidente e scontato, l’intenzione di coprire una qualche preoccupazione o qualche dato che fosse in nostro possesso”.
“Un’informazione presso i media – ha aggiunto – finalizzata a smentire l’agenzia”, il lancio Ansa che su fonti di protezione civile regionale aveva rassicurato escludendo del tutte nuove scosse, una comunicazione che, ha ricordato Bertolaso, “mi fece sobbalzare dalla sedia”.
LA RIUNIONE ”PERCHE’ VOGLIAMO TRANQUILLIZZARE”
Picuti ha poi chiesto lumi sull’affermazione fatta nella telefonata in cui Bertolaso diceva che la riunione sarebbe stata convocata “non perché abbiamo paura, ma perché vogliamo tranquillizzare”.
“Occorreva tranquillizzare – ha ribattuto – non sul fatto che non ci sarebbero state mai scosse, altrimenti avrei benedetto e approvato quella comunicazione (il lancio Ansa, ndr), ma sul fatto che i terremoti non si possono prevedere, c’è uno sciame, lo stiamo seguendo, c’è uno stato d’attenzione e più di questo non si può fare”.
LO SCIAME CHE SCARICA ENERGIA
Quanto al passaggio in cui Bertolaso ipotizza quello che i massimi esperti diranno, in sostanza che lo sciame sismico è un segnale favorevole, l’ex capo dipartimento ha spiegato che “l’ho appreso dall’Ingv ma non mi sembra un’affermazione stupefacente. Non è che mi ero messo a fare ricerche sismiche in campo autonomo – ha proseguito – è un’affermazione che avrò fatto decine di volte e non c’è stato mai uno scienziato degno di tale nome italiano o straniero che mi abbia contestato”.
LE RESPONSABILITA’ DEGLI ENTI LOCALI
In avvio di testimonianza Bertolaso ha voluto fare una premessa importante, ricordando le responsabilità degli enti locali sulla protezione civile sul territorio e sull’informazione dei cittadini.
“Il sindaco, da quando esiste la legge sulla Protezione civile – ha detto il teste/indagato – ha sempre avuto un ruolo determinante come autorità di pc nel proprio territorio. Più volte ho detto ai sindaci che loro erano i Bertolaso del loro comune, che le Province avevano compiti specifici nella redazione dei piani di emergenza”.
“Non vi è nessun rapporto gerarchico, funzionale o di altro genere tra le strutture locali e la struttura nazionale -ha poi chiarito – Solo quando scatta l’emergenza di livello C, quella nazionale, il dipartimento entra in gioco e ha un ruolo specifico”.
Bertolaso ha ricordato che “nel caso dell’Aquila, un secondo dopo le 3.32 il dipartimento ha assunto un ruolo operativo e il capo dipartimento è diventato il responsabile dell’emergenza. Fino alle 3.31- ha sostenuto – il dipartimento e il capo non avevano alcuna responsabilità per legge delle vicende che stavano accadendo”.
LE PROTESTE
Nel corso della pausa, l’avvocaro di Bertolaso, Filippo Dinacci, ha denunciato di essere stato apostrofato malamente da qualcuno dei presenti.
“Non è la prima volta che succede, a questo processo stiamo partecipando in condizioni mentali difficilissime, certi episodi non si possono tollerare”, ha sbottato.



