L’AQUILA – “Oggi il Parco deve prendere una decisione, è una questione di responsabilità. Quando è stato approvato, ormai 10 anni fa, il piano d’area per il futuro del Gran Sasso, si erano fatte scelte ben precise, approvate anche dall’ente. Oggi stiamo discutendo su un intervento minimo. Che cosa succederà, quindi, quando si chiederà di attuare tutto ciò che è previsto nel piano d’area?”.
L’istruttoria tecnica del Parco nazionale del Gran Sasso ha alzato un polverone non solo sugli impianti delle Fontari, ma sul futuro del territorio aquilano. Lo confermano le parole di Lanfranco Massimi, dell’Amministrazione separata Beni Usi civici di Assergi, tra i promotori dell’idea di un referendum per l’uscita della città dell’Aquila dal territorio del Parco nazionale dopo la relazione negativa dei tecnici sulla seggiovia, che ha scatenato dure polemiche e rivolte.
Oggi alle 17 si terrà, a tal proposito, un vertice convocato dagli operatori turistici per avere risposte sull’iter autorizzativo delle Fontari. Ma la discussione, piano piano si sta spostando sull’intero sviluppo economico e turistico della montagna aquilana.
“I nostri nonni – ha spiegato Massimi – hanno da sempre usato e sfruttato le risorse della montagna in maniera sostenibile e questo è quello che vogliamo fare anche noi. Siamo i primi a rispettare l’ambiente e siamo i primi a volerlo proteggere, ma non possiamo pensare a uno sviluppo del territorio senza sfruttare la nostra montagna. Ci preoccupiamo di come far rimanere i nostri figli sul nostro territorio e poi non cerchiamo delle soluzioni per usare al meglio le risorse che abbiamo? Mi sembra assurdo. Si deve trovare un’idea comune di sviluppo, un modo per rendere questo territorio e la nostra montagna attrattivi”.
L’idea, quindi, non è quella di intaccare l’ambiente e il territorio, ma solo di sfruttare al meglio le potenzialità del Gran Sasso.
“Vogliamo semplicemente copiare quello che è stato fatto in altre regioni in Italia – ha concluso Massimi – Prendere le esperienze migliori e adattarle al nostro territorio per rendere il Gran Sasso fruibile a un maggior numero di persone. La relazione allegata alla delibera della direttiva del Parco non ci piace non per problemi tecnici, ma per l’impostazione che le è stata data. Noi non siamo contrari al Parco, anzi, ma deve dimostrarci quanto è vicino ai cittadini, al Comune, alla Provincia e alla Regione. Da quando è stato istituito questo ente noi siamo sempre stati favorevoli, ma in questa occasione faremo sentire la voce delle popolazioni locali che vogliono vedere questo territorio crescere”.
Da qui l’idea, dal sapore provocatorio, di un referendum per uscire fuori dal Parco.
“Non si deve pensare che improvvisamente la popolazione aquilana e di Assergi sia impazzita – dice Luigi Faccia, ex consigliere comunale e istruttore di sci a Campo Imperatore – dopo anni di ritardi, di scuse, di decisioni non prese è arrivata l’istruttoria tecnica del Parco che si abbatte come una mannaia”.
Nel documento in questione è stato sottolineato come la sostituzione e l’allungamento delle Fontari porterebbe gravi conseguenze per l’habitat del Gran Sasso, di interesse non solo territoriale ma europeo.
“Se il principio fondamentale è lo sviluppo sostenibile siamo tutti d’accordo – ha continuato Faccia – ma non si può pensare solo alla sostenibilità, bisogna anche guardare gli interessi di chi nel Parco ci vive e ci lavora. Ad oggi non vengono messe in atto iniziative per il turismo e lo sviluppo di questo territorio, questo non lo possiamo accettare”.
“Il problema non è solo dove e come fare il tracciato degli impianti, quello che ci lascia perplessi è la filosofia con cui si approccia a questi problemi soprattutto da parte del Parco. Nella relazione tecnica si parla solo di erbe da proteggere e di tantissime cose che non si possono fare lì nei dintorni. Addirittura sono citati i commercianti ambulanti, anche loro sono visti come un pericolo a causa dei fumi che arrivano dalla cottura del cibo, dagli schiamazzi dei clienti e dalla troppa antropizzazione del territorio. A noi sembra eccessivo, bisogna trovare un punto d’accordo per una soluzione che prenda a cuore anche chi vive e lavora da queste parti, non solo chi fa ricerca”.
“Per adesso stiamo cercando di dialogare con le autorità – ha spiegato – vogliamo che questa relazione tecnica venga smantellata, ma ci stiamo preparando per i passi successivi. Se le nostre richieste non verranno ascoltate, infatti, cominceremo a raccogliere le firme per un referendum consultivo, con cui verrà chiesto che la città dell’Aquila esca dal territorio del Parco. Speriamo di riuscire a trovare un’altra soluzione, ma intanto ci stiamo preparando, stiamo studiando le direttive e la legislazione europea per capire come muoverci nei prossimi giorni”.
Gli operatori turistici si incontreranno alle 17, presso l’Hotel Castello all’Aquila.
WWF DALLA PARTE DEL PARCO
Su questa controversa questione si è espresso anche Bruno Petriccione, ecologo dell’Aquila membro del Comitato scientifico del Wwf Italia.
In una nota Petriccione ha specificato che “tutto il territorio del Parco nazionale è compreso in una Zona di protezione speciale e in Sito di interesse comunitario tutelati dalla Direttiva habitat dell’Unione Europea. La presenza di un habitat prioritario di interesse comunitario proprio sotto il tracciato ipotizzato per la nuova seggiovia rende quindi il progetto non realizzabile, salvo il parere obbligatorio e vincolante della Commissione Europea. L’eventuale uscita del territorio di Assergi dal Parco Nazionale non cambierebbe quindi nulla riguardo le autorizzazioni necessarie a realizzare il progetto, che resterebbe comunque incompatibile con il regime di tutela europea. Per superare il problema, i proponenti del referendum anti Parco non avrebbero quindi altra via se non quella di proporre l’uscita di parte del territorio dell’Aquila da quello della Repubblica Italiana o, in alternativa, quello dell’uscita dell’Italia dall’ Unione Europea”.
Petriccione ha inoltre specificato come nell’area delle Fontari sono presenti “praterie alpine mesofile classificate e tutelate strettamente come habitat prioritario di interesse comunitario in base alla Direttiva Habitat Ue, la cui presenza sulle nostre montagne costituisce una ricchezza che dovrebbe Invece riempire d’orgoglio noi aquilani, se solo sapessimo apprezzare l’inestimabile patrimonio di biodiversità che ci ospita”.
Per il Wwf, la soluzione più praticabile e meno impattante sarebbe, quindi, quella di rinnovare la seggiovia già esistente.
“Stante l’assoluta incompatibilità ambientale del progetto di nuova seggiovia (che porterebbe da 800 a quasi 1600 metri la lunghezza della seggiovia preesistente), un eventuale progetto di reale sostituzione ed ammodernamento sullo stesso tracciato potrebbe sicuramente incontrare meno ostacoli autorizzativi – ha concluso Petriccione – considerato anche che nessuno può in coscienza sostenere l’utilità pubblica e ambientale del mantenimento di impianti e strutture turistiche fatiscenti ed inefficienti”.
CIALENTE: “PREOCCUPATO, FONDI SONO A RISCHIO”
“Sono molto preoccupato per la vicenda della sostituzione della seggiovia delle Fontari perché ho la consapevolezza che, in assenza della sua realizzazione, da completare entro l’autunno, non sarà possibile aprire la stagione sciistica. Sono però altrettanto preoccupato e amareggiato per le problematiche politiche che la vicenda sta delineando”.
Lo afferma in una nota il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente.
LA NOTA COMPLETA
Abbiamo di fronte il quadro di un ente Parco che, per responsabilità legate alla direzione politica e tecnica e alle politiche delle Regioni coinvolte, dopo oltre 11 anni, è ancora fermo a norme di salvaguardia paralizzanti, non avendo approvato il piano territoriale.
Siamo, inoltre, in presenza di una dicotomia tra presidente e comitato direttivo, che pone il problema di una interpretazione moderna e in sintonia con gli indirizzi emersi dal congresso mondiale, che si è tenuto in Australia, sul ruolo dei Parchi, e l’assoluta chiusura degli organismi tecnici dell’ente.
Questo stallo evidenzia uno scontro politico, ideologico e culturale legato a visioni differenti.
I Parchi come riserve assolute, dove l’arrivo di un numero maggiore di turisti rappresenta un pericolo da scongiurare, come affermano ambientalisti e tecnici del Parco, oppure un ente capace di realizzare una sintesi tra tutela e valore ambientale da una parte e la sopravvivenza economica delle comunità dall’altra?
Pensare di creare le necessarie infrastrutture affinché anche il Parco Gran Sasso possa avvicinarsi a quel 20 per cento di frequentatori di parchi che si recano sulle Dolomiti bellunesi, al 15 per cento del Parco delle 5 terre, al 10 per cento del Gran Paradiso, al 7 per cento del Parco nazionale d’Abruzzo, o rimanere inchiodati al 2,5 per cento del nostro? In altre parole il parco antropizzato, modello europeo, o il parco “riserva” modello anglosassone?
Questo dibattito noi ambientalisti convinti lo abbiamo risolto 20 anni fa. Riaprirlo sarebbe un inutile ritorno al passato. Lo scontro, peraltro, è acuito dal fatto che vi sono 40 milioni di euro, di cui 30 già in cassa, che rischiamo di perdere.
Mi sembra di non vedere in tutti la consapevolezza delle gravissime conseguenze che possono derivare da una sottovalutazione di questo potenziale scontro da parte delle istituzioni politiche responsabili di questa situazione. Sono preoccupato perché sto registrando, nel comprensorio aquilano e, soprattutto, in città, un sentimento antiparco, che sta sfociando in proposte di referendum per uscire oppure, come nel caso del nostro Consiglio comunale, in proposte di risoluzioni in tal senso. Questo provocherebbe una regressione culturale, politica e di strategia economica di decenni. I decisori politici, in primis Governo nazionale, Ministero dell’Ambiente e Regione, devono dunque saper affiancare gli enti locali, con responsabilità, assicurando un futuro sereno ai Parchi, ma anche alle popolazioni.
Guai se si dovesse arrivare alla semplificazione di scegliere se è più importante salvare la famiglia del fringuello alpino, che vive vicino all’Osservatorio astronomico, oppure la famiglia Faccia di Assergi (chiedo scusa all’amico Luigi se lo assumo come simbolo di tutte le famiglie del comprensorio dei due versanti del Parco)! Sarebbe una colpa storica.
Ho letto che il presidente della Regione ha incontrato il ministro Galletti, parlando anche del Parco Gran Sasso, e, in particolare, della nomina del nuovo presidente.
Conoscendo D’Alfonso, sono certo che abbia espresso queste preoccupazioni e che abbia spiegato come la nomina del nuovo presidente debba avvenire anche ascoltando chi si è assunto, a partire dal Comune dell’Aquila, il difficilissimo compito di mediare questa problematica politica.
Guai se si pensasse di fare come in passato, operando scelte non chiare nel delineare l’identikit del presidente. Vorrebbe dire gettare benzina sul fuoco, oltre che mortificare le popolazioni che vivono nell’area Parco. L’accortezza e l’attenzione nell’attuare i passaggi politici nei momenti più difficili e delicati sono doveri deontologici per tutti i rappresentanti delle istituzioni. Se si dovessero perdere fondi per scelte sbagliate, nessuno ce lo perdonerebbe.





