L’AQUILA – La condanna in primo grado per banda armata, poi l’assoluzione in appello dopo 6 anni di carcere.
Quello dell’aquilano Giulio Petrilli, è uno di quei casi di ingiusta detenzione che il codice di procedura penale non riconosce come meritevole di risarcimento per il tempo passato in galera perchè anteriore al 1989.
Come lui tanti negli anni di piombo sono state vittime di errori giudiziari, ma non hanno avuto diritto all’indennizzo per il trauma personale e familiare perchè i procedimenti che li hanno poi assolti si sono conclusi prima della riforma del codice, che prevede una norma che non ha retroattività.
Petrilli, che ora è responsabile del dipartimento delle Garanzie e dei Diritti del Pd della provincia dell’Aquila, aveva anche protestato nei mesi scorsi con uno sciopero della fame a oltranza proprio contro l’assenza di una legge che rendesse retroattiva la norma che sancisce la riparazione per ingiusta detenzione.
“In quel periodo in base all’emergenza – dice Petrilli – una persona veniva condannata per delle semplici dichiarazione da parte di un pentito, senza alcun riscontro”.
Per sanare questa discriminazione, sono state presentate due proposte di legge alla camera, una della radicale Rita Bernardini e l’altra dell’Udc.
Nessuno dei testi è stato però calendarizzato, per questo l’osservatorio permanente sulle carceri ha lanciato un appello affinchè si abbrevino i tempi, e hanno aderito giuristi, operatori, dirigenti di partito del Pd, del Prc e di Sel.
“Uno dei benficiari – osserva Bernardini – potrebbe essere l’attuale candidato a sindaco di Milano, Giuliano Pisapia , ma immaginiamo ci siano fruitori anche a destra: sappiamo quanti processi negli anni ’70 si sono conclusi con assoluzione”.
Bernardini spiega di non poter quantificare quanti siano i beneficiari della legge, “aspetto i dati il ministero della giustizia, in ogni caso – aggiunge – l’impegno di spesa non è insormontabile perchè si prevedono due paletti: dall’entrata in vigore si avrebbero sei mesi per accedere ai risarcimenti; ne può usufruire chi ha subito l’ingiusta detenzione e non i parenti”.
“La legge – dice Patrizio Gonnella, presidente di Antigone – sarebbe il riconoscimento delle legittime aspettative di chi ha subito la carcerazione in un’altra epoca storica”.
“In base alla norma attuale – spiega – si configura una violazione del principio di uguaglianza: due errori analoghi considerati in maniera diversa, per cui se ne potrebbe investire la consulta”.



