PESCARA – È morto il 15 dicembre dello scorso anno a Pescara alla età di 88 anni: ma ad un anno dal suo ritorno nelle Mani del Signore, Frate Vincenzo Sabatino D’Elpidio, è rimasto nei cuori e nei pensieri delle migliaia e migliaia di persone che lo hanno conosciuto, anzi che lui ha accolto, instancabile, nella sua “panca” della Basilica di Pescara Colli.
Dopo il bagno di folla nel rito funebre, fino ad oggi è stato discreto, ma incessante il pellegrinaggio per il “Santo” al quale in tantissimi, naturalmente migliaia, chiedono conforto, protezione.
E sono numerosi coloro che nel pieno di un momento di grande spiritualità lo ringraziano. Sia sulla sua tomba, sia nei suoi luoghi nella Basilica.
Per comprendere meglio un fenomeno non ancora entrato sotto la osservazione della Chiesa, sul Frate la cui presenza a Pescara fu benedetta da Padre Pio in persona, ospitiamo una testimonianza dell’avvocato aquilano Riccardo Coletti, suo profondo amico. (b.s.)
LA TESTIMONIANZA
Conobbi Frate Vincenzo Sabatino D’Elpidio il 4 settembre 2016, dopo aver accompagnato il poeta Filippo Crudele alla serata di chiusura della “Settembrata Abruzzese”, ai Colli di Pescara.
Quella sera il coro folkloristico “Mastrodavide” di Gessopalena, interpretando una canzone il cui testo era stato scritto dal mio amico poeta, vinse il prestigioso concorso canoro.
Tornammo perciò a casa entrambi premiati: Filippo era stato premiato dal comitato della Settembrata con una targa ricordo, mentre io ero stato premiato dalla S.S. Vergine con il previlegio di aver incontrato questo Santo frate dei nostri tempi.
Sono passati cinque anni da allora e da un anno Vincenzo non è più su questa terra, tuttavia non cessa a far parlare di sè, continuando a proteggere dal Cielo per Grazia di Dio tutti coloro che si sono affidati, o che si affidano ancora oggi, alle sua intercessione di grande pastore di anime e taumaturgo.
Nella Basilica di Pescara Colli, è ancora possibile sostare nell’angolo dove Vincenzo accoglieva i pellegrini con il suo abbraccio virile ed affettuoso. Il posto dove sedeva è sempre raggiungibile, tranne nel periodo natalizio, quando viene coperto dall’allestimento del presepe.
La panca appare essere sempre adornata di fiori e lumini, posti da quanti beneficati dalla sue preghiere non lo hanno dimenticato; i fedeli lasciano anche piccoli oggetti, giocattoli, foto, medagliette e coroncine che spesso vengono pure sottratti da improvvisati cacciatori di reliquie.
È un piccolo culto d’amore popolare non ufficialmente riconosciuto, ma è noto come l’amore del popolo sia un torrente che tutto travolge.
Il quindici di dicembre sarà passato un anno, da quando Vincenzo è tornato alla casa del Padre, tuttavia la sua figura rimane impressa in moltissimi cuori in tutto l’Abruzzo e non solo.
Persone insospettabili, ad oggi, continuano a chiedermi foto, santini od un qualche aneddoto che lo riguardi. Ma chi era, anzi chi è Frate Vincenzo Sabatino D’Elpidio? Chi è questo frate da cui ho visto riportare alla vita incalliti peccatori con un solo abbraccio? Anime spesso ricondotte a Dio con un umile sorriso? Era nato nel 1932 a Silvetta di Guardia Vomano, da un’umile famiglia di mezzadri. Era ancora solo “nu bambolotto” penultimo di sette tra fratelli e sorelle, quando il suo papà cadde combattendo per la Patria. Ancora giovinetto si fece frate cappuccino, seguendo un predicatore passato per la sua Silvetta, Padre Pio Palandrani da Mosciano, finendo poi definitivamente incastonato come una gemma, al Santuario dei Colli di Pescara, per volere espresso di S. Pio di Pietrelcina. Per S. Pio, di cui era divenuto confratello e discepolo, ebbe pure l’onore di servire Messa diverse volte. Vincenzo era anche confratello ed amico sincero del Servo di Dio Padre Domenico da Cese, custode del Volto Santo di Manoppello, del quale lo stesso Frate di Pietrelcina soleva dire ai pellegrini che si recavano a S. Giovanni Rotondo, provenienti dalla terra d’Abruzzo: “Non venite da me che sprecate tempo e denaro. In Abruzzo avete Padre Domenico da Cese, perciò andate da lui. State tranquilli che lui è come me”.
Al suo amico, Servo di Dio, il paziente Vincenzo dava spesso lezioni di guida. Domenico, assai riconoscente lo andava spesso a trovare, per suo grande privilegio, in bilocazione. Vincenzo era giunto a Pescara come giovanissimo frate e aveva subito messo a frutto le sue doti di contadino allevando pecore, maiali e piantando alberi da frutto, viti ed olivi. Non contento ne faceva vino, olio, carne e marmellate. Tosava poi le pecore e ne faceva maglie, calze e vestiario per i bimbi orfani, abbandonati e per i bisognosi. Era sostenuto in questo anche dalla sua inesauribile volontà e da una forza fisica erculea che persino alla fine della sua vita terrena rimaneva inaudita. Instancabile, andava sempre in giro con la sua Apetta tre ruote con su scritto: “Pace e Bene”, per raccogliere derrate da distribuire ai più bisognosi. Un uomo che lo conosceva da sempre mi confidò: “Non è esagerato dire che in tempi difficili Vincenzo abbia sfamato mezza Pescara”. Tuttavia la sua opera non si fermava neanche a questo poiché, ogni volta che veniva a sapere che una ragazza voleva abortire, correva da lei per dirle: “Non abortire che Gesù non vuole!” Rispondeva poi alle obiezioni della disperata: “Non ti preoccupare, a voi ci penso io!”. Perché come mi ripeteva sempre: “E’ facile dire di non abortire, ma alle creature bisogna pure dare da mangiare!” Inutile dire che da Santo e galantuomo qual era manteneva sempre le sue promesse. Tante ne mantenne che il 13 novembre 2008, la Città di Pescara finì per assegnargli il premio in qualità di uomo socialmente utile, radunando al Teatro Massimo i ragazzi da lui salvati e divenuti negli anni dottori, avvocati, operai, professori. Sì, perché Vincenzo non si preoccupava solo di provvedere per ogni loro necessità, ma si occupava anche di farli studiare secondo le loro attitudini, capacità e volontà, seguendone con discrezione l’educazione ed il percorso di vita. Ancora oggi nelle mie orecchie sovente mi pare riudire la sua voce, quando allegro nel vedermi arrivare mi chiamava, con sorpresa espressione: ” Avvoca’! Venite, venite!” In cos’ altro era speciale Frate Vincenzo Sabatino D’Elpidio? In verità credo lo fosse in molte cose, ma da quanto posso testimoniare era anche un vero taumaturgo, capace di guarire, per Grazia Divina, moltissime persone, alleviando le sofferenze di anime e corpi. Era anche anche un uomo molto intelligente, franco, di animo nobile e semplice; un autentico signore dotato di una fede pura, cristallina e di un forte senso di giustizia, doti che lo portavano sempre a schierarsi dalla parte di coloro che subivano una qualche ingiustizia.
Non poteva tollerare gli abusi ed i soprusi, soprattutto se commessi nei confronti delle donne, dei bambini e dei lavoratori.
Un giorno si recò persino a Roma a perorare la causa di un lavoratore che aveva subito un grave torto, assediando il ministro competente nel suo ufficio finché questi, stremato da tanta insistenza, non si decise a riceverlo, ascoltarlo ed esaudirlo.
Negli ultimi anni lo si trovava sempre, estate ed inverno, seduto su una panca in chiesa dove, dopo aver servito la quotidiana e mattutina messa delle sei rimaneva ad ascoltare e benedire chiunque lo cercasse. Durante il fine settimana e nei giorni festivi era maggiormente possibile beneficare della presenza; egli, infatti, fin dal pomeriggio del sabato attendeva i fedeli sulla sua panca fino all’ultima messa vespertina, per poi tornare l’indomani mattina presto, per partecipare a tutte le celebrazioni domenicali e trattenersi con il popolo sino intorno alle dieci di sera, ora nella quale lasciava quella panchetta, spesso senza aver né mangiato, né bevuto alcunché durante l’intera giornata. Con la sua caratteristica andatura, divenuta ormai un po’ incerta sotto il peso degli anni e dei tanti sacrifici, rientrava poi nella sua celletta, per continuare a benedire e consigliare quanti, impossibilitati ad andarlo a trovare, lo cercavano al telefono d’ogni dove fino a tarda notte.
La sua fama di umile frate cappuccino dal cuore d’oro “acchiappava”, per usare una sua locuzione, anche i cuori di persone residenti in luoghi spesso assai lontani, le quali, avendolo conosciuto o avendone sentito parlare lo cercavano, alimentando la loro fede attraverso le sue costanti elargizioni di benedizioni, preghiere e consigli via telefono. Sì, perché Frate Vincenzo era non solo dotato di grandi doni spirituali, ma era contraddistinto da un’intelligenza del cuore e della mente, che lo portava ad essere amante di una tecnologia sfruttata per estendere le sue benedizioni ed accogliere intenzioni di preghiera da quanti lo cercassero, arrivando così a toccare le corde di cuori lontani non solo spiritualmente, ma anche fisicamente.
Oltre a ciò non dimenticava nemmeno di rispondere ad ogni lettera che gli venisse recapitata e di pregare per chiunque l’avesse indirizzata.
Anche nei giorni agostani più caldi ed afosi l’ho sempre visto benedire, zuppo di sudore, a volte con la casula macchiata poiché gli era incorso di abbracciare qualche ferito. Stava sempre lì nella sua postazione di soldato di Dio, finchè negli ultimi tempi non gli si gonfiavano le gambe, ma sempre, invariabilmente ed inspiegabilmente profumato di mughetto e sempre dicendomi alla fine dei nostri incontri: “Avvocà, grazie di essere venuto!” Ci credereste? Era lui a ringraziare me!
Per me è un Santo vero, della specie di coloro che dimorano nel Paradiso, nei calendari e nei cuori degli uomini e delle donne che li hanno incontrati.
In una cosa però era davvero diverso da qualunque altro santo uomo che ho conosciuto: a differenza di altri lui riusciva davvero a trasmetterti l’ amore del Padre Celeste.
Una volta conosciuto Vincenzo, l’amore di Dio Padre non era più cosa astratta o sconosciuta ma diveniva tangibile, concreta e quasi a portata di mano anzi, di abbraccio.
Dopo averlo incontrato, da quel momento comprendevi con certezza che ogni cosa è possibile a Dio.
In forza di questo amore da lui propagato sono scaturite innumerevoli grazie e conversioni e di alcune sono stato testimone diretto.
Vincenzo era veramente un uomo buono che amava oltre ogni ragionevole dubbio tutti coloro i quali ne chiedevano l’aiuto. Il suo: “Venite, venite!” era un irresistibile invito a conoscere l’amore di Dio .
Aveva cominciato a benedire con l’imposizione delle sue forti mani nel 1988, anno in cui la SS. Vergine aveva detto ad Elsa Barghini, veggente paralitica e cieca: “Frate Vincenzo benedirà per la salvezza dell’anima e del corpo ed il bene dell’umanità tutti coloro che si recheranno al Mio Santuario della Vergine dei Sette Dolori”.
Da quel momento un fiume di grazie, ottenute dal suo instancabile apostolato, si erano riversate sui fedeli.
Tutte le persone da me indirizzate sono state beneficate da lui: l’ ultima fu una donna malata di tumore ad un organo, guarita dopo un colloquio con lui al telefono.
Dopo averla beneficata Vincenzo si ammalò, di lì a poco, della sua stessa malattia ed al medesimo organo, ultimando il suo cammino terreno in pochissimi mesi. La guarì immolandosi al suo posto? Ognuno potrà trovare nel proprio cuore la risposta.
Il 17 dicembre il suo funerale fu una vera festa di nozze, con l’enorme piazzale del convento gremito da persone accorse d’ogni dove, incuranti delle restrizioni. Mille? Duemila? Cinquemila partecipanti? I numeri non hanno alcuna importanza per me; non ha importanza alcuna contare quanti fossero coloro che accorsero per quell’ultimo rendez-vous, poiché persino in quel giorno, che avrebbe dovuto essere il più triste, Vincenzo trovò il modo di mostrarmi ancora una volta il suo sorriso e la sua benevolenza, rispondendo alla mia silenziosa preghiera con il dono di una grazia preziosissima, latrice di una gioia immensa, tanto da trasformare quella luminosa mattinata decembrina nella più bella giornata che potessi desiderare.
Ma conoscendo quanto egli sia generoso, sono sicuro che anche quel giorno avrà beneficato in diversi modi tutti coloro che vennero a trovarlo, o che impossibilitati ad esserci gli hanno rivolto un pensiero, così come continua ad assistere ancora oggi quanti si rivolgono alla sua intercessione.
Gli uomini che hanno servito Dio sono incomparabilmente più potenti quando sono al Suo cospetto e sono certo che Vincenzo oggi è di fronte a Lui, e lo vede come Egli è, parlandogli con confidenza e con franchezza delle necessità di ciascuno di noi.
Cos’è la Santità, esattamente?
Non posso saperlo poichè non sono un Santo, ma credo che Vincenzo in quella commedia che è la vita, in cui spesso recitiamo solo in qualità di anonime comparse, ne sia stato un grande interprete. Forse l’ultimo di una stirpe di giganti.
Oggi, da quanto mi è dato di comprendere la sua storia non sembra affatto terminata, poiché egli non ha smesso di far parlare di sé, continuando a distribuire grazie e continuando ad attirare anime a Dio.
Pellegrino, turista o viandante che tu sia, se passi da Pescara fermati nel Santuario dei Colli o rendigli omaggio presso il cimitero vecchio, dove in un cantuccio riposano le sue spoglie mortali.
Potresti incontrare l’amore e la grazia anche tu.
Potresti scoprire che lassù qualcuno ti ama.
Perché come dicevano gli abitanti dei Colli, che ben ne conoscevano la forza smisurata: “Se t’acchiappa Frate Vincenzo…”
Testimonianza sincera, scritta in memoria di un amico vero, Frate Vincenzo Sabatino D’Elpidio, Frate Cappuccino secondo il Cuore di Dio Padre.
L’ Aquila, 11 dicembre 2021.
Avv. Riccardo Coletti






