L’AQUILA – Con una mano la Regione eroga contributi europei del Piano di sviluppo rurale, per stringere i tempi e non doverli restituire a Bruxelles. Poi però con l’altra mano se li riprende, perché con i controlli fatti a posteriori, si è scoperto che le domande erano viziate da errori e manchevolezze formali.

Accade in Abruzzo, e la denuncia arriva dalla Confagricoltura, nei cui uffici si sono precipitati decine di agricoltori, sventolando intimazioni di pagamento, anche da 30 mila euro, in totale già oltre un milione di euro.

Parte dei 13,5 milioni erogati nel 2016, e già pressoché tutti spesi, nella convinzione che tutto era iinregola. Per di più a dover rimettere mano al portafoglio, sempre che contenga qualcosa, buona parte piccolissime aziende che operano nell’entroterra, visto che gli assi del Psr finanziati sono quelli per gli insediamenti di frontiera nelle aree montane, per l’agricoltura biologica, per l’utilizzo dei pascoli d’alta quota,  per la semina su terreni non arati, con basso consumo energetico.

Ma come è potuto accadere? A spiegarlo ad Abruzzoweb è Stefano Fabrizi, direttore regionale di Confagricoltura, che tira pesantemente in ballo l’operato dell’assessorato all’Agricoltura presieduto nella consiliatura appena conclusa da Dino Pepe, più volte nell’occhio del ciclone per l’andamento dell’utilizzo dei preziosi fondi Psr, con un Abruzzo per lungo tempo fanalino di coda, e che è riuscito a recuperare terreno solo nell’ultimo anno.

“Pur di dimostrare efficienza ed evitare la restituzione a Bruxelles dei fondi – sostiene Fabrizi – la Regione ha provveduto a pagare gli aiuti comunitari 2016 e 2017 senza effettuare i dovuti controlli preliminari. Approfittando dell’emergenza che si era venuta a creare con il terremoto di matrice dell’agosto 2016, e di Campotosto del gennaio 2017. L’iter però ha riguardato l’intero Abruzzo, non solo le aree e le relative aziende colpite”.

Mossa in teoria azzeccata, perché a ritardare l’iter di erogazione è proprio la burocrazia levantina, da portare avanti in uffici sguarniti di personale qualificato. E dunque se la priorità era stringere i tempi e accreditare i fondi, si è pensato, ben venga approfittare a buon fine dell’emergenza terremoto, e semplificando la fase dell’istruttoria”.

E così, relativamente all’annualità 2016, sono stati erogati 13,5 milioni di euro, su 14,2 milioni richiesti, soddisfacendo 4.490 imprese su 4.789.

Nel 2017 le domande sono state  5.958, soddisfatte 4.555. Su un totale di 19.7 milioni circs ne sono stati erogati 13 milioni e 530 mila euro.

Ora però che i controlli sul 2016 si stanno effettuando, essendo del resto imposti dall’Unione europea, molte aziende stanno ricevendo gli avvisi di restituzione, per un totale che ha già superato il milione di euro.

Una cifra che rischia di moltiplicarsi, visto che concluso l’esame delle pratiche 2016,  si passerà a quelle del 2017.

“Si badi bene – sottolinea Fabrizi – nella quasi totalità dei casi non stiamo parlando di truffe e raggiri. Ma di domande che non avendo avuto una rigorosa istruttoria prima dell’ok, a posteriori hanno evidenziato errori formali, quantificazioni non congrue, mancanza delle cosiddette pezze d’appoggio”.

I soldi erogati, anche tre anni fa, sono stati però in buona fede già spesi, e ora la restituzione rischia di mandare a gambe all’aria piccole imprese che operano nelle montagne in via di spopolamento, e dove tutto è più difficile, e costoso.

“Se si volevano davvero spendere a ritmi accettabili i fondi europei per l’agricoltura – spiega Fabrizi – occorreva dotare di personale adeguato per numero e competenze gli uffici della Regione. Invece si è fatto l’opposto: grave ad esempio che su iniziativa dell’ex governatore Luciano D’Alfonso si siano mandati in pensione anticipata, e senza preavviso, oltre un centinaio di funzionari tra cui molti che erano esperti in una materia molto complessa come il Psr. Risorse umane preziose, che non sono state rimpiazzate e i risultati si vedono tutti”.