L’AQUILA – Filomena Carnevale, per la famiglia “zia Mea”, è la antica protagonista di una storia talmente particolare da interessare anche il Vaticano. La donna, come San Pio da Pietralcina, raccontano abbia avuto le stimmate
Era una donna estremamente religiosa che visse per trent’anni nel piccolo paese di San Vincenzo Valle Roveto in provincia dell’Aquila rispettivamente condividendo nell’anima, e anche nel corpo, una forte passione per Gesù Cristo.
30 anni passati nella sofferenza; in una famiglia povera, di contadini, Filomena bambina portava le pecore al pascolo, ma anche una vita trascorsa “con il sorriso sulle labbra, perché zia Mea era sempre contenta, c’era Dio con lei”, racconta, ad AbruzzoWeb, una delle nipoti che l’ha conosciuta e ha visto di persona quello che le succedeva.
Una storia forte e commovente, dai tratti inverosimili, che arriva da un angolo di Abruzzo incastonato tra le montagne, terra di gente umile, che non comprese subito il miracolo che si stava consumando a poche porte di distanza, ma anche un paese di persone credenti che oggi preservano con gelosia il ricordo della sorridente e gentile Mea, su cui il Vaticano ha aperto il processo di beatificazione, ancora in corso e coperto da riservatezza.
Lei è la nipote diretta di Filomena Carnevale, la figlia di una sorella, e l’ha conosciuta personalmente, ha visto le stimmate e le ha toccate. In Abruzzo in pochi conoscono la storia di sua“zia Mea”, come la chiamate in famiglia. Lei come la ricorda?
Zia Mea era sempre allegra, con il sorriso sulle labbra in tutte le circostanze, anche se nella sua vita ha patito la fame. Da ragazza portava le pecore al pascolo e poi fu costretta a lasciare la scuola e andare a prestare servizio in una famiglia di Roma. Fu lì che scoprì di stare male: aveva problemi cardiaci. Mia zia aveva anche un fidanzato che la lasciò appena scoprì che stava male. La ricoverarono, nel 1955 all’ospedale di Sora e fu lì che ebbe l’apparizione.
Quindi Filomena era ricoverata in Ospedale, che cosa accadde precisamente?
Stava pregando il Sacro Cuore nella cappella dell’Ospedale: pregava affinché la facesse guarire. All’improvviso le sembrò come se la statua si avvicinasse e fu allora che ebbe l’apparizione. Cristo le si accosto e le tocco i piedi, le mani, il costato e la fronte. I punti da dove aveva sanguinato Nostro Signore in Croce. Quando aveva le stimmate le sanguinavano in quei punti toccati nella prima apparizione.
Sua zia aveva le stimmate, riviveva la passione di Cristo come Padre Pio. Si ricorda quando lo scoprì?
Io avevo all’incirca 16 anni. Zia era tornata da poco dall’ospedale e mia madre mi chiese di andare a vedere come stava. Quando entrai nella sua camera aveva dei fazzoletti alle mani, ai piedi e una intorno alla testa: era per non farsi vedere. Chiamai mia madre spaventata e lo scoprimmo. Ma eravamo gente semplice, all’inizio mia zia non capiva perché proprio lei che non aveva nemmeno studiato. Mia madre le disse che sarebbe diventata come Padre Pio e lei le rispose “ce n’è di strada per arrivare a Padre Pio”.
E poi c’erano i momenti d’estasi…Ogni primo venerdì del mese cominciava a sanguinare e il dolore era talmente forte che cadeva in estasi: cambiava anche fisicamente perché riviveva la passione di Cristo. Io la sentivo. Il periodo più doloroso era durante la Pasqua.
Invece nel mese di maggio non le si aprivano le ferite, diceva al parroco Don Emilio Zeppa che questo accadeva perché era il mese della Madonna e lei per gli uomini offriva fiori non dolore. Raccontava, poi, che in trance parlava con il Signore che le diceva “Fanciulla sei capace di curare il mio cuore?” e lei gli rispondeva, “se sei veramente il figlio di Dio farò tutta la tua volontà”. Il Signore, durante le varie estasi, la rassicurò perché all’inizio proprio perché era di umili origini si spaventò molto e non capì. Gli diceva “perché proprio io che sono ignorante?” e lui le diceva di non preoccuparsi che l’avrebbe aiutata, zia Mea raccontava che le diceva “parlo io per te”.
Quale furono le sue “grazie”, anche se di grazie ancora non si può parlare dato che il processo è ancora in corso, ma in pratica in che modo aiutò il prossimo?
Aiutò molti sacerdoti a ritrovare la fede e rinforzare la loro vocazione. Poi fece studiare molti seminaristi. Ancora oggi vengono autobus di persone che la conoscevano o anche persone che vengono a chiederle di intercedere presso Cristo. La sua stanza è rimasta immutata per volere del Vaticano.
Vennero dal Vaticano ad accertare le stimmate?
All’inizio avevano molti dubbi. Vennero dalla Curia e anche dal Vaticano. Le fecero molti test psicologici e analizzarono le ferite: il sangue delle stimmate non era lo stesso che le scorreva nelle vene, al tempo dissero che non era umano. Fecero anche delle registrazioni di quando cadeva in estasi. Lei aveva studiato solamente fino alla prima elementare, ma in trance si esprimeva in latino ed ebraico, anche in italiano corretto. Lei, che conosceva solo il dialetto: erano le lingue con cui le parlava Nostro Signore.
Il vostro era un paese piccolo, la gente che pensò?
Alcuni credevano che fosse posseduta dal diavolo, altri invece ci videro subito il miracolo. Poi lei accettava con un sorriso tutti, anche quelli che sapeva andavano lì per curiosità o solo per vedere con i propri occhi le ferite e lei gliele mostrava. Io a volte le toglievo le croste dalle mani, ero una ragazzina, ma se avessi capito cosa le stava capitando, quelle croste non le avrei mai buttate via. Molti vennero anche da fuori. Vengono ancora adesso, anche dall’estero.
E voi della famiglia? Le avete sempre creduto?
Eravamo gente semplice, quello che accadeva lo accettavamo, ma non l’abbiamo mai abbandonata.
Sabato (17 marzo 2012) è stato l’anniversario della sua morte. Cosa si ricorda di quel periodo?
Ci diceva sempre che conosceva il giorno della sua morte, ma non l’ora: aveva preparato il vestito per la sua morte, bianco con una fascia rossa come quella dei seminaristi in vita. Il Signore glielo aveva voluto rivelare, ma a noi non volle mai dirlo. Ci confessò soltanto che sarebbe morta vicino alla Pasqua e così è stato.
Che cosa accade a dieci anni dalla sua morte?
Ci aveva detto “dopo 10 anni riesumatemi”. Quando aprirono la bara c’erano molte persone, anche della famiglia, fu un momento di grande commozione. Poi, c’erano inviati dalla Curia e dal Vaticano per vedere lo stato del corpo: non si era decomposto e aveva ancora i bei capelli lunghi. Prelevarono una gamba e un braccio per esaminarli al Vaticano. Sotto una delle scarpe c’era come del sangue coagulato, quasi che le stimmate avessero continuato a sanguinare anche da morta.
La sua tomba e la sua casa è lì a San Vincenzo. Vengono in molti a pregarla?
Ci sono piccoli gruppi di preghiera che vengono spesso, ma anche singoli che raccontano al parroco che si occupa di raccogliere testimonianze per il processo di beatificazione, le loro esperienze.
Credete che verrà beatificata?
Il processo è riservato. Il Vaticano non lascia sfuggire nessuna informazione. Noi della famiglia le chiediamo sempre di intercedere per noi, la preghiamo di aiutarci e le vogliamo bene.



