L’AQUILA – L’Italia non è un paese per giovani, neanche nella “fase due” dell’emergenza coronavirus.
E l’Abruzzo non fa eccezione: dei 303 mila abruzzesi tornati al lavoro dal 4 maggio, pari al 62,1% degli occupati nei settori interessati da inizio marzo dai provvedimenti di sospensione, in buona parte sono over 50, il 68,7% di quelli rimasti a casa per due mesi, e over 60 sono 61%. Appartenenti a fasce di età paradossalmente più a rischio, in caso di contagio.
Degli under 30 sono invece tornati al lavoro, con la fortuna di avercelo, solo il 48,8%.
Inoltre si scopre, restando in Abruzzo, che il ritorno il servizio riguarda poi soprattutto la provincia di Chieti, e molto meno la provincia dell’Aquila.
I numeri sono contenuti nell’indagine della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, intitolata “Ritorno al lavoro per 4,4 milioni di italiani”, pubblicata il 3 maggio, un giorno prima dell’avvio della fase 2.
Lettura non banale, perché in controluce, esaltata proprio dalla devastante crisi prima sanitaria ed ora sempre più economica, emergono le contraddizioni di un Paese e di una regione dove la precarietà, la volatilità e la fragilità del lavoro riguarda soprattutto la fascia giovanile della popolazione, che già conta in Italia, con l’Abruzzo allineato anche qui alla media, un tasso di disoccupazioe intorno al 30%.
Nella ricerca della Fondazione consulenti del lavoro, emerge poi un altro paradosso: la percentuale italiana dei lavoratori forzatamente a riposo che sono tornati in servizio è del 62,2%, pari a 4,4 milioni di unità, ma è la classica ”media del pollo”.
Infatti andando a focalizzare le medie regionali, prima in classifica è l’Emilia Romagna con il 68,8%, seguita da Piemonte 69,2%, Veneto 69,5%, Marche 69,5% e Lombardia 68,7%.
Tutte regioni del centro-nord, che sono tra quelle più colpite dalla pandemia in termini di vittime e contagi.
Mentre le percentuali crollano al sud, con fanalini di coda Sicilia, 43,4%, Calabria 42,5% e Sardegna 39,2%. regioni dove i contagi sono stati più contenuti.
L’Abruzzo si attesta nella media italiana, al 62,1%.
Ma anche qui si tratta di una media del pollo: i lavoratori tornati in servizio tra quelli costretti per due mesi all’inattività, sono in provincia di Chieti tra il 70% e il 72%, in virtù soprattutto della riapertura delle fabbriche del polo del automotive, il principale bacino occupazionale della regione.
Si crolla invece dentro una forbice tra 42% e 47% in provincia dell’Aquila, dove invece a pesare potrebbe essere anche, ad esempio, il mancato riavvio dei cantieri della ricostruzione 2009.
In provincia di Pescara il range è tra il 52% e 58%, a Teramo tra il 60% e 64%.
La maggioranza degli occupati, che riprenderanno a lavorare, attesta poi la ricerca, è dipendente (3,5 milioni, pari al 79,4%) mentre gli autonomi (il restante 20,6%) dovranno ancora aspettare per riprendere a pieno le proprie attività lavorative: solo il 49% di quanti sono stati interessati dai provvedimenti di sospensione e ha riaperto dal 4 maggio.
La riapertura dei settori industriali favorisce soprattutto la ripresa dell’occupazione maschile, tradizionalmente più presente in tale comparto. Saranno 3,3 milioni gli uomini che torneranno al lavoro (il 74,8% del totale), mentre “solo” 1,1 milioni le donne (25,2%).
Sono invece ancora 2,7 milioni (l’11,5% del totale degli occupati) i lavoratori che restano interessati dalle sospensioni delle attività.
Sono occupati nei pochi settori ancora bloccati – i servizi, in particolare ristorazione (71,1%) e commercio (28,9%) – e per le specifiche caratteristiche di svolgimento della loro attività, la presenza nella sede di lavoro è fondamentale: solo il 16,8% degli interessati ancora confinato a casa, potrebbe lavorare in smart working. (f.t.)





