L’AQUILA – “I tedeschi hanno speso cifre enormi per i danni causati dalle inondazioni. E da anni ignorano i diktat che proprio la Germania impone agli altri. L’Aquila terremotata deve fare lo stesso e l’Italia deve spendere per evitare il peggio. Basta con la follia dei vincoli di bilancio, oppure addio Euro”.
Il messaggio di Vladimiro Giacchè è chiarissimo. Per l’esperto economista con ruoli nel settore finanziario e, tra l’altro, presidente del Centro Europa Ricerche, non esistono molte vie d’uscita dalla crisi tremenda che sta divorando i Paesi dell’Eurozona: o si smette di seguire gli ordini dei padroni del vapore di Bruxelles in fatto di scelte economiche, o si ragiona con un Euro diverso, oppure non ha alcun senso restare nella “prigione della moneta unica”.
“Siamo messi molto male – spiega ad AbruzzoWeb Giacchè, il cui ultimo libro, Anschluss, racconta ciò che è accaduto con l’unificazione della Germania – qui siamo in una crescita pari allo zero, anzi, come ci dicono gli ultimi dati Istat, inferiore allo zero. È davvero sconcertante osservare come qualcuno si ostini a non vedere il nesso tra questa situazione e le politiche di austerity praticate negli ultimi anni”.
“E dire che i grafici parlano chiaro: forte crisi, condivisa con altri Paesi esportatori come Germania e Giappone, nel 2008 e soprattutto 2009. Timida ripresa nel 2010 e nella prima metà del 2011. Dalla seconda metà del 2011, di nuovo crisi. Il nostro prodotto interno lordo, cioè la nostra ricchezza, è crollato negli ultimi anni a causa delle politiche dei governi di Silvio Berlusconi, Mario Monti ed Enrico Letta“, accusa.
E oggi? Con il governo di Matteo Renzi?
È presto per giudicare. Però una cosa è certa: la ripresa può venire solo da un cambiamento radicale delle politiche seguite negli ultimi anni. Ma c’è un problema. L’Unione Europea vuole il rispetto di regole assolutamente insensate, approvate con la complicità dei nostri governi. Lo dico in modo brutale, questa è la strada ‘migliore’ verso il disastro. In assenza della crescita, i parametri di rientro del debito (dovremmo più che dimezzarlo in 20 anni) possono essere conseguiti soltanto con un taglio fortissimo della spesa pubblica o un aumento altrettanto forte delle tasse. In entrambi i casi si comprime in misura drammatica la domanda interna. Con il risultato di migliorare la bilancia commerciale, perché ovviamente se cala la domanda interna si riducono le importazioni, ma un Paese come il nostro non può vivere di solo export. Non possiamo permetterci la chiusura di altre imprese che servono il mercato locale, oltre alle decine di migliaia che hanno già chiuso in questi anni.
Fra l’altro tutto questo è in fondo controproducente anche dal punto di vista della sostenibilità del debito pubblico. Se le imprese vanno in crisi e il pil scende, diminuiranno, in ultima analisi, anche le tasse pagate e aumenteranno, invece, le spese per gli ammortizzatori sociali. Ma, soprattutto, siccome il rapporto debito/Pil è un rapporto, a ogni calo del Pil la montagna del debito in proporzione aumenterà. Non riusciremo a rispettare i parametri di deficit e debito pubblico e quindi dovremo applicare ulteriori manovre di bilancio restrittive, che a loro volta non serviranno a niente perché riproporranno lo stesso film di questi anni. Si guardi, per intenderci, a quanto accaduto col governo Monti: manovre lacrime e sangue, al termine delle quali ci siamo ritrovati con un debito pubblico aumentato addirittura del 10 per cento.
Un circolo vizioso terribile.
Che si può spezzare, ma non certo chiedendo all’Europa qualche piccolo sconto. Va fatto saltare lo schema europeo di austerity più le cosiddette “riforme per la competitività”. Che poi si riducono a una sola: ridurre i salari attraverso l’aumento della disoccupazione. Qualcuno fa finta di non capire, ma in assenza di svalutazione competitiva, cioè in assenza di sovranità monetaria, per essere competitivi si devono diminuire i costi di produzione, in primis i salari perché si può decidere di farlo in autonomia, mentre il prezzo delle materie prime, a cominciare dal petrolio, lo decide il mercato internazionale. Però la diminuzione dei salari reali fa crollare la domanda interna, dunque il cane si morde la coda perché, per recuperare competitività, si manda il Paese in deflazione, che è ciò che più di ogni altra cosa aumenta il peso del debito pubblico, ma anche privato, fino a renderlo insostenibile. Il pericolo oggi non è davvero l’inflazione, che invece ridurrebbe il valore reale del debito che oggi è pressoché inesistente.
Che cosa si debba fare secondo lei è chiarissimo. Per i tecnici al governo, evidentemente, la strada è diversa.
Parliamo con i numeri e con i dati ufficiali. Scorrendo il rapporto annuale dell’Istat, quello del 2014, a pagina 210 si trova un dato che ci fa capire bene ciò che è successo in Italia: il nostro è l’unico Paese dell’Eurozona che dal 2008 ha effettuato unicamente politiche di bilancio pubbliche restrittive, del valore del 5 per cento del Pil. Nello stesso periodo, la Germania ha attuato politiche espansive di valore pari al 6 per cento del Pil così composte: 70 miliardi di euro di aiuti alle imprese tedesche dal 2008 in poi, soprattutto nel 2009. E poi 260 miliardi di euro alle banche, per impedire che fallissero. Quindi, dovremmo smetterla di credere a certe regole folli e insensate. Così insensate che chi le impone si guarda bene dall’applicarle a casa propria.
Dunque?
Dunque, rompere subito il vincolo di bilancio. E basta con la richiesta di sconti e sconticini. Qui bisogna dire: noi così non ce la facciamo, i vincoli di bilancio che oggi ci vengono imposti non erano neppure nel Trattato di Maastricht, sono stati inseriti a partire dal 2011, e non possiamo rispettarli, perché altrimenti peggioreremmo ulteriormente la nostra situazione, col risultato di accelerare la disgregazione dell’area valutaria e la fine dell’Euro.
Una moneta altrettanto folle, per molti suoi colleghi.
Purtroppo l’Euro è una moneta tra Paesi molto disomogenei economicamente. In questi casi una moneta unica può funzionare soltanto se vi sono sistemi di trasferimenti dai paesi più ricchi a quelli più poveri, sistemi di riequilibrio regionale, come fu per noi italiani la Cassa del Mezzogiorno, che ha funzionato per decenni e la cui abolizione ha provocato più problemi di quanti ne abbia risolto: come prova il fatto che la distanza tra le parti d’Italia ha ripreso ad ampliarsi. Ma è proprio quello che in Europa non si vuole fare, visto che gli stessi Fondi europei sono stati ridotti!. Sento parlare di catastrofe, ma la catastrofe è già qui, è già in atto. E non serve agitare lo spauracchio di cosa succederebbe se si tornasse a una moneta nazionale, visto che con la deflazione, molto più vicina a noi, non soltanto il debito pubblico, ma anche quelli contratti per il mutuo di casa diventerebbero rapidamente insostenibili.
Nel suo ultimo libro, Anschluss, racconta cosa è successo davvero ai tedeschi con l’unificazione della Germania. Le analogie con quanto sta accadendo nell’Eurozona ci sono. E fanno paura.
Le ho comprese scrivendo il libro. E le ho trovate sorprendenti. C’è un filo rosso che lega quelle vicende a quanto accade oggi in Europa. In Germania dal 1990 sono state costruite delle gabbie salariali per 16 milioni di persone, che hanno indebolito fortemente il mondo dei lavoratori. Il fatto stesso che nel settore privato i salari nei Länder dell’Est siano tuttora, a 25 anni dall’unificazione, pari al 75 per cento dei salari all’Ovest ha facilitato lo smantellamento in tutta la Germania di alcune garanzie importanti e la creazione di una larga fetta di lavoro precario. Questo ha consentito alle imprese tedesche di non trasferire ai salari gli aumenti di produttività degli ultimi 15 anni e quindi di esportare tantissimo soprattutto nell’Eurozona. Ora si chiede di esportare questo modello in tutta l’area. Ma se tutti fanno così il risultato sarà un impoverimento dei lavoratori su scala continentale. Perché una politica mercantilistica può avere successo soltanto se non la praticano anche gli altri. E non è tutto. I fenomeni che si avvertono oggi nei Paesi del Sud dell’Europa sono gli stessi che si produssero a Est dopo l’unificazione: deindustrializzazione, calo della produzione industriale e del Pil, disoccupazione, emigrazione. In entrambi i casi tra i motivi c’è un’unione monetaria affrettata. Sì, le analogie ci sono eccome.
Anche L’Aquila terremotata deve fare i conti col vincolo del 3 per cento del rapporto deficit/Pil. Vietato sforarlo, nonostante l’ideatore, Guy Abeille, ex funzionario francese, abbia ammesso di recente che il numero 3 è stato preso a caso, non ha alcuna base economica, dando ragione a chi ha sempre criticato questo vincolo.
Non esiste una legge economica che dimostri che il 3 per cento sia più sensato e sostenibile di altri valori, ma si faccia attenzione: oggi, in seguito all’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione, siamo vincolati a uno 0 per cento del deficit, salvo correzioni legate al ciclo economico. La norma è ormai il pareggio di bilancio, non il 3 per cento di deficit. L’Europa, durante una crisi peggiore di quella del ’29, si è negata, anzi, ha bandito, le politiche economiche anticicliche che avrebbero tenuto a galla la barca, anziché spingerla in fondo al mare. Una vera follia, che la politica italiana si rifiuta di intendere in tutte le sue implicazioni. Ovviamente la fine delle politiche di austerità in Italia e altrove da sola non basta: la Germania va indotta ad aumentare i salari, cosa che del resto oggi la stessa Bundesbank non considera più un tabù. In ogni caso, senza un’inversione decisa di rotta a questo riguardo si finisce molto, molto male.






