L’AQUILA – Non è andata giù, al motoclub Motociclisti aquilani, la denuncia raccolta da AbruzzoWeb di alcuni escursionisti che lamentano la presenza indiscriminata di moto da motocross in cima al Monte Calvo di Scoppito (L’Aquila).
“L’enduro, pratica che si svolge in fuoristrada, è una disciplina antica (in Italia si chiamava regolarità) nata ufficialmente quando si sono cominciate ad asfaltare le vie di comunicazione urbane – ricorda il presidente dell’associazione, Massimiliano Mari Fiamma, in una lunga nota pubblicata integralmente sotto – Prima di allora tutti i mezzi a motore sfrecciavano sugli sterrati e sia le gare che le gite fuori porta, a quattro e due ruote, si svolgevano giocoforza su terreni accidentati”.
“Le moto da enduro sono regolarmente targate, pagano bollo e assicurazione e possono circolare legalmente su ogni tipo di strada che superi il metro e mezzo di larghezza, a prescindere se sia asfaltata o meno”, aggiunge, ammettendo tuttavia l’esistenza di “mele marce” anche tra i centauri, che “semplicemente comprando una moto, si sente in diritto di fare qualsiasi cosa ma questo purtroppo sembra inevitabile e non accade solo per ciò che ci riguarda”.
“Inoltre la Cassazione – ricorda Mari Fiamma – ha definitivamente sancito, da anni, che si possono percorrere anche mulattiere, carrarecce e sentieri salvo diversa segnalazione e questo mette una pietra tombale sulle fantasiose affermazioni di illegalità della pratica di questa disciplina”.
“Chi sbraita e si lamenta della distruzione della natura – aggiunge – dovrebbe forse cominciare a capire che nell’Aquilano tutti, ma dico tutti, salvo rarissime eccezioni trasversali, amano le montagne che incoronano la nostra martoriata valle, sennò sarebbero già fuggiti in zone più ‘tranquille’ in cui impostare la propria vita, quindi la boriosa pretesa (purtroppo riscontrata spesso anche in politici dell’assise comunale) di essere i soli guardiani della preservazione della natura, è solo un’ipocrita caratteristica di alcuni (pochi ma rumorosi) soggetti autoreferenziali”.
E poi, chiosa Mari Fiamma, “gli enduristi che passano ogni domenica transitando ‘regolarmente’ sulle mulattiere che coronano lo splendido scenario”, in blocco inquinano “meno della campagnola della forestale”. (m.sig.)
Negli ultimi tempi, perfettamente in linea con il fenomeno degli “haters” che spopolano sui social, ci si confronta sempre più spesso con chi vuole imporre il proprio modo di vivere su altri che non hanno la stessa visione della vita.
Il motociclismo in generale, e l’enduro in particolare, sono un obiettivo sin troppo facile per questi soggetti che si ritengono gli “unici depositari della verità”, perché offrono facili spot propagandistici basati solo ed esclusivamente sui soliti luoghi comuni.
L’inquinamento, l’incoscienza, la pericolosità, il vandalismo sulla natura e persino le vittime della strada, offrono facili argomenti a chi, di solito, argomenti non ne ha, quindi, tutti Savonarola contro le due ruote.
Se qualcuno però volesse conoscere un altro punto di vista, senza pretendere di sostituire questa versione alle invettive che l’hanno preceduta, mi permetto di spiegare in modo approfondito alcune cose con il solo intento di proporre un mero tentativo di coinvolgimento civile a chi non vive la nostra stessa passione.
L’enduro, pratica che si svolge in fuoristrada, è una disciplina antica (in Italia si chiamava regolarità) nata ufficialmente quando si sono cominciate ad asfaltare le vie di comunicazione urbane. Prima di allora tutti i mezzi a motore sfrecciavano sugli sterrati e sia le gare che le gite fuori porta, a quattro e due ruote, si svolgevano giocoforza su terreni accidentati.
Le moto da enduro sono regolarmente targate, pagano bollo e assicurazione e possono circolare legalmente su ogni tipo di strada che superi il metro e mezzo di larghezza, a prescindere se sia asfaltata o meno.
Inoltre la Cassazione ha definitivamente sancito, da anni, che si possono percorrere anche mulattiere, carrarecce e sentieri salvo diversa segnalazione e questo mette una pietra tombale sulle fantasiose affermazioni di illegalità della pratica di questa disciplina.
Sgomberato il campo su questo aspetto burocratico arriviamo a noi: chi sbraita e si lamenta della distruzione della natura dovrebbe forse cominciare a capire che nell’aquilano tutti, ma dico tutti, salvo rarissime eccezioni trasversali, amano le montagne che incoronano la nostra martoriata valle, sennò sarebbero già fuggiti in zone più “tranquille” in cui impostare la propria vita, quindi la boriosa pretesa (purtroppo riscontrata spesso anche in politici dell’assise comunale) di essere i soli guardiani della preservazione della natura, è solo un’ipocrita caratteristica di alcuni (pochi ma rumorosi) soggetti autoreferenziali.
Il nostro motoclub è spesso impegnato in uscite in fuoristrada sugli oltre 700 chilometri di sentieri e strade sterrate del nostro comprensorio senza mai sconfinare su prati e zone non battute, nonostante le caratteristiche del fondo roccioso delle parti più alte non subirebbe nessun danno anche in quel caso.
Alcuna zone (vedi il Vasto e il Gran Sasso in generale) sono per noi off limits da sempre e non per i cartelli di divieto, ma per la nostra coscienza e per il rispetto di chi pratica altre discipline che, in quei luoghi, trovano giustamente il loro coronamento; peccato che lo stesso rispetto, a noi, non venga mai riservato.
La maggior parte delle strade che io stesso percorro, e parliamo di centinaia di chilometri ogni volta, non è mai frequentata da camminatori che, spesso, nemmeno conoscono sentieri storici che solo grazie alla nostra frequentazione sono ancora aperti e, volendo, percorribili anche a piedi.
Ciononostante alcune associazioni pseudo-ambientaliste si sono appropriate del diritto di percorrere in esclusiva alcuni di questi sentieri, ma soprattutto, dei fondi regionali e nazionali stanziati per tenerli fruibili salvo poi mettere due panchine di legno, un centinaio di metri di balaustre, due cartelli e qualche spruzzo di vernice sui sassi lasciando poi tutto nel più totale abbandono, tanto chi ci va a controllare lassù?
Basterebbe parlare con qualche ristoratore o barista di quelle zone per capire che la pur piccola economia di sopravvivenza locale non è affatto sostenuta da queste iniziative politicamente corrette che, sulla carta, sembrano condivisibili azioni di gente illuminata, ma proprio da quei gruppi di motociclisti che transitano, si fermano, consumano, e, udite, udite, non sporcano!
Già perché noi abbiamo la caratteristica di portare dietro zaini che a fine giornata sono pieni di tutta la spazzatura che produciamo per evitare impatti proprio su quelle montagne che sono l’insostituibile teatro della nostra passione e prezioso patrimonio di tutti.
Ma non la pensano così alcuni comuni montani e amministratori locali che hanno installato nelle sterrate cartelli di “divieto assoluto” che poi aggirano con permessi da loro rilasciati a propria discrezione, generalmente a cacciatori, raccoglitori di funghi e genziana e altri fra parenti e amici che pretendono fruire di quei luoghi in esclusiva come fossero il loro giardino privato.
È però innegabile che anche tra di noi esistano delle mele marce, di sicuro c’è chi, semplicemente comprando una moto, si sente in diritto di fare qualsiasi cosa ma questo purtroppo sembra inevitabile e non accade solo per ciò che ci riguarda.
Una differenza sostanziale sta nel fatto che l’enduro si deve praticare per forza in compagnia e noi tendiamo ad isolare ed emarginare questi deprecabili soggetti mentre non ci può essere nessun controllo o selezione per chi s’incammina per le montagne di propria iniziativa.
Basta andare a Monte Pettino o alla Madonna Fore, i luoghi più frequentati dai camminatori della domenica, percorsi solo a piedi, per verificare che immondezzaio è stato creato da chi pensa di salvare il mondo solo perché mette su delle scarpe da trekking gettando poi a terra la carta stagnola del panino con la frittata che si porta da casa.
Siamo certi che un dialogo basato sul rispetto reciproco potrebbe consentire ad ognuno di svolgere la propria attività senza intralciare l’altro, ma siamo anche molto disincantati rispetto alla possibilità che ciò avvenga davvero.
Le polemiche su Monte Calvo lo dimostrano ma, purtroppo per le tesi dei rumorosi talebani pseudo ambientalisti, anche i numeri: lo scorso anno al Festival della Montagna svoltosi proprio lì, le presenze sono state irrisorie, meno di quanti enduristi passano ogni domenica transitando “regolarmente” sulle mulattiere che coronano lo splendido scenario inquinando, in blocco, meno della campagnola della forestale che le perlustra e con impatto minore di chi, probabilmente gli stessi protagonisti dell’invettiva, parcheggia la propria auto sull’erba per poi salire a piedi sulla croce a farsi un selfie.
La cosa che sarebbe giusto ribadire a questo punto è che non esistono realmente categorie nette e contrapposte di fruitori delle nostre montagne; molti di quelli che vanno in moto fanno anche trekking, sci alpinismo, arrampicata, vanno in bicicletta, anche se adorano inveire contro quelli che girano occupano tutta la carreggiata, perché tutti noi, che abbiamo scelto di vivere nella tremolante dorsale appenninica vogliamo che la montagna non sia un intoccabile mausoleo, un cimitero di splendide fattezze frequentato solo da disperati che portano fiori alle salme.
Noi la montagna la vogliamo abitare, la vogliamo vivere, la vogliamo frequentare, rispettare e tutelare, ma non subirla solo come un vincolo o un limite, come vorrebbero, vedi la vicenda dello sviluppo sciistico del Gran sasso, alcune associazioni che, guarda caso, hanno tutte i centri decisionali ubicati sulla costa, con la pretesa poter fare qualsiasi cosa in riva al mare ma di rendere la vita impossibile a chi vuole continuare a popolare le zone interne.






