L’AQUILA – Il nervosismo e la rabbia crescono anche nel Pd abruzzese, che si lecca le ferite dopo la mazzata elettorale che ha fatto tracollare il partito in regione ad un misero 13,9 per cento. Ma anche nel centrodestra non manca qualche recriminazione sulla scelta dei candidati, a cominciare dai “paracadutati”, a discapito di chi poteva essere piu’ opportuna e metitevole espressione del territorio.

Nell’occhio del ciclone nel Pd, anche in Abruzzo i fedelissimi e “gigli magici” del segretario Matteo Renzi, oramai assediati ovunque da chi trova una intollerabile “presa in giro” il fatto che il segretario fu “rottamatore” abbia annunciato con un coup de théâtre le “dimissioni post-datate”, solo dopo cioè l’insediamento del Parlamento e dopo la formazione del governo.

In Abruzzo sulla graticola è anche il renziano presidente della Regione Luciano D’Alfonso, eletto al Senato ma che ancora non dice con chiarezza se si dimetterà, e quando, da presidente. Una tempistica da cui dipende l’immediato ritorno alle urne, già in autunno, e non alla scadenza naturale della legislatura a primavera 2019.  La risposta quasi certamente oggi nella conferenza stampa convocata dal presidente alle 12 a Pescara.

Contro i “renzini”, ha aperto intanto il tiro al piccione l’ex assessore comunale alla ricostruzione dell’Aquila Piero Di Stefano, presidente provinciale del Pd, che arriva a paventare l’ipotesi di occupare le sedi del partito.

“Non c’è tempo da perdere e a coloro che invece di fare i dirigenti di partito, si sono rivelati servitori ossequiosi di un potere centrale teso a cancellare le diversità di idee e di visioni, noi a questi, oggi diciamo: giù le mani dal Pd!”, ha tuonato Di Stefano.

“Con l’auspicata uscita di scena di Renzi – rincara la dose Di Stefano – anche i renzini devono deporre le redini a vantaggio di una forza dove il leader esalta la pluralità del pensiero e mette ascolto alla difficoltà degli italiani”.

Sotto assedio anche il segretario regionale del Pd Marco Rapino, fedelissimo di D’Alfonso, e renziano, di cui Michele Fina, collaboratore del ministro della Giustizia Andrea Orlando, ha già invocato le dimissioni, invitando a segiure insomma l’esempio dei segretari regionali di Umbria, Campania e Marche.

“In Abruzzo – evidenzia Fina – non c’è stato il rispetto dei territori e delle loro istanze. Le scelte compiute sono state esclusivamente dettate da arroganza e da rendite di posizione”.

Rapino si è limitato ad una laconica nota stampa ammettendo, e ci mancherebbe altro, la sconfitta e offrendo “la piena disponibilità per ogni percorso di riflessione che il Pd affronterà sia a livello nazionale che regionale”.

Dimissioni immediate di D’Alfonso dalla carica da presidente senza temporeggiare, vengono intanto invocate non solo dalle opposizioni di centrodestra. Questa infatti e’ la richiesta dell’assessore Pd Donato Di Matteo, da tempo in rotta con la maggioranza e con il presidente, secondo il quale il pessimo risultato elettorale è figlio di chi ha governato con arroganza la Regione”, ovvero dello stesso D’Alfonso.

“In Regione Abruzzo si torni subito al voto”, torna a chiedere in una nota il gruppo consiliare di Forza Italia, secondo il quale “ufficializzati i dati elettorali, deciso che il governatore opterà per la carica di senatore, ribadiamo che non abbiamo altro tempo da perdere dietro i giochini della politica tesa a mantenere in vita un governo regionale già finito: andiamo al voto e consentiamo alla Regione Abruzzo di riprendere la propria operatività e di iniziare a risolvere le problematiche ereditate dal governatore delle chiacchiere D’Alfonso”.

Rincara la dose Emanuele Imprudente, assessore comunale dell’Aquila e coordinatore provinciale di Noi con Salvini.

“La sconfitta del Pd suona come lo sfratto esecutivo alla Giunta regionale e al presidente, Luciano D’Alfonso”, scrive in una nota.

“Il tutti a casa e subito alle urne”, è chiesto con forza anche dal Movimento 5 stelle, trionfatori anche in Abruzzo di queste elezioni e che hanno tutto l’interesse a tornare immediatamente alle urne, per sfruttare il vento in poppa.

A Forza Italia e in generale a tutte queste “sollecitazioni” risponde Aberto Balducci, vicecapogruppo del Partito democratico in Consiglio regionale che ricorda che “domenica scorsa si è votato per il Parlamento, e non per la Regione Abruzzo”.

Per quanto riguarda la Regione, Balducci assicura dunque che “rispetteremo i tempi dettati dalla legge allo scopo di non lasciare l’ente senza una guida per lungo tempo. E’ singolare però che a parlare sia proprio chi, appena 4 anni fa, ha prolungato la legislatura di Gianni Chiodi di sei mesi con la scusa di voler fare un election day di cui pochi sentivano la necessità”.

Come a dire: la linea del Pd, a cominciare di chi siede in consiglio regionale è di resistere all’Emiciclo fino alla scadenza naturale della legislatura,  per tornare a voto in tempi si spera meno bui di questi. E le tempistiche della partenza per Roma di D’Alfonso sarebbero dunque dettate da tale obiettivo.

Infine gli attriti malsopiti nel centrodestra: non tanto per un risultato elettorale non negativo ma pur sempre sotto le aspettative, soprattutto da parte di Forza Italia, ma a causa dei candidati  “paracadutati” da altri territori e regioni.

Se ne trova traccia, a voler essere occhiuti, in un felpato passaggio di una nota in cui il sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, commenta i risultati della tornata elettorale del 4 marzo.

“Esprimo i migliori auguri di buon lavoro a Luigi D’Eramo, primo onorevole della storia per il centrodestra aquilano, e a Stefania Pezzopane, per la quale c’è stata una conferma dopo i cinque anni in Senato. I miei complimenti vanno anche ai due ‘non aquilani’, Gaetano Quagliariello e Antonio Martino, e ai rappresentanti del Movimento cinque Stelle, Valentina Corneli e Antonio Zennaro, espressione dell’area teramana del collegio in cui era compresa anche L’Aquila”.

Come a dire: alla fine della giostra nel collegio aquilano sono stati eletti sei parlamentari, ma solo due espressione del territorio. In particolare due, Quagliariello e Martino, imposti all’Aquila, citta’ dove il centrodestra ha comquistato il comune, a discapito dei tanti che ambivano ad una candidatura.