L’AQUILA – L’Aquila tornerà a votare? Questo l’interrogativo che già aleggiava fuori dai seggi del capoluogo terremotato domenica pomeriggio.

Rafforzato negativamente dai primi dati forniti dalle prefetture. Che già davano un’alta percentuale di astensionismo.

Quel che è certo, al di la dei punti percentuali, un senso di stanchezza e disincanto nelle parole dei cittadini aquilani che, invece, a votare ci sono andati.

Ma anche di ironia e prontezza di giudizio, che è pur sempre segno che il famoso “tessuto sociale” nel post-sisma non è poi così lacerato e la vitalità è ancora di casa tra i ruderi aquilani.

C’è l’ex amministratore che ripete come in un rosario, la “necessità da parte della politica di tornare in mezzo la gente”.

E chi invece i politici li vorrebbe mandare “tutti a casa” e che è andato a votare solo “per senso civico”.

C’è poi chi, obtorto collo, ammette che ha votato “il meno peggio”, tanto per cambiare, chi è certo di aver votato “una brava persona”.

C’è l’euroscettico che si permette la libertà di non mandarle a dire alla Merkel, a Grillo e a Renzi. Ma in modo meno volgare e banale di tanti leader politici e opinionisti di grido, o meglio di urlo.

C’è, ancora, chi è andato a votare per il bene dei suoi figli, nella speranza ancora viva che qualcosa possa cambiare. Chi è andato a votare “con allegria”.

Chi spiega la perenne sfiducia degli aquilani con una tetragona evidenza: tutto quello che è stato fatto, sembra ancor nulla, rispetto a tutto quello che deve essere fatto, per ricostruire un’ intera città un senso dell’ abitare in una polis, dove anche andare a votare sia una cosa normale.